MANIFESTO

#63

CHANGE OF SPACE

Letter to the Future

2024.05.16

Testo di  Francesca Fontanesi

Elementi come la decostruzione, l’asimmetria e l’androginia sono testimoni dell’influenza straordinaria di Yohji Yamamoto nella moda contemporanea. La nuova mostra negli spazi di 10 Corso Como presenta un percorso di corrispondenze tra le riflessioni del designer sul senso del futuro e una selezione di capi di archivio volti al superamento della dimensione cronologica.

Yohji Yamamoto. Letter to the future
Galleria 10 Corso Como, Milan
May 16th, 2024 – July 31st, 2024

 

 

Yohji Yamamoto. Letter to the future segna un nuovo capitolo della programmazione espositiva che la Galleria di 10 Corso Como dedica alla cultura della moda. Venticinque abiti per tracciare, come calligrafie, una lettera al futuro: una dichiarazione immaginifica, che fende lo spazio in una parade concepita come un’unica installazione. Curata da Alessio de’Navasques la mostra raccoglie capi di archivio provenienti dalla Collezione Yohji Yamamoto, di epoche e stagioni diverse, dal 1986 al 2024. I capi marcano i capitoli di una missiva rivolta all’avvenire, definendo il rapporto ambivalente e poetico con il tempo di Yamamoto, il cui segno distintivo è l’abilità radicale di smontare e rimontare archetipi.

Yoji Yamamoto nasce a Tokyo nel 1943. Figlio di una sarta e di un coscritto dell’Esercito Imperiale, i cui resti non furono mai ritrovati, Yamamoto trascorse gli anni Sessanta prima ottenendo una laurea in giurisprudenza e poi studiando design della moda. Inizia nel frattempo a lavorare nel negozio di sua madre, che lei stessa decide di vendere nel 1972 per finanziare l’avvio dell’attività del figlio: sebbene diversi stilisti giapponesi – tra cui Kenzo Takada e Hanae Mori – lavorassero già a Parigi negli anni Settanta, la loro estetica era meno estranea ai gusti europei prevalenti rispetto a quella di Yamamoto, che divenne impattante durante la sua prima sfilata parigina nel 1981. Anche se il suo è un approccio fondamentalmente romantico, Yamamoto ha sempre preferito tagli asimmetrici, orli non rifiniti e cuciture visibili all’esterno, con linee che si allontanano dal corpo di chi li indossa,  vestendo gli uomini con abiti morbidi e non foderati, con pantaloni così larghi da sembrare quasi gonne culotte, e le donne in abiti realizzati in feltro rigido e spesso. Che elementi come la decostruzione, l’asimmetria, l’androginia e un uso abbondante del nero siano ora comuni nella moda contemporanea testimoniano l’influenza straordinaria di Yamamoto. In giapponese, lo spazio tra il corpo e il tessuto è conosciuto come ma, e la considerazione del ma fa parte del design della moda in Giappone tanto quanto la considerazione dello spazio bianco fa parte della poesia: molti hanno visto nel lavoro di Yamamoto, particolarmente nel suo uso del colore, l’influenza della ceramica Oribe e del polimata dell’epoca Edo Kobori Enshu, così come l’estetica di Wenders e Andrei Tarkovsky.

 

COURTESY OF YOHJI YAMAMOTO.

“Bisogna pensare alla pendenza della spalla, al giromanica e alla sommità delle scapole come a tre amanti destinati a rimanere intrappolati in una relazione tumultuosa”.

– Yohji Yamamoto

Gli abiti sono allestiti, senza artifici scenografici, su busti sartoriali simili a quelli su cui hanno preso vita nell’atelier: inizia così un percorso di corrispondenze tra le sue riflessioni sul senso del futuro stampate a parete e una selezione di capi di archivio, che dimostra la sua relazione tra corpo e abito nel superamento della dimensione cronologica. Nei suoi volumi non sembra esserci più un inizio e una fine, perché l’aria circola tra il corpo e il tessuto e l’abito sembra respirare, senza le costrizioni di una forma predefinita. Elementi iconici della moda occidentale, come il cappotto in seta rossa dell’Inverno 1986-87, la cui silhouette unica è stata immortalata negli scatti di Nick Knight, risuonano nella trasposizione attuale e prossima, nella corrispondenza con uno dei look che hanno chiuso la sfilata dello scorso Marzo a Parigi: un cappotto in lana grigia, la cui coda si muove morbidamente sul corpo di chi lo indossa. Allineando capi di collezioni diverse, dall’Autunno/Inverno 1996-97, in cui il feltro diventa un origami, allo show performance della Primavera 1999 dove le modelle si liberavano di crinoline, veli e strati di tessuto, rivelando l’essenza della forma, ai robe manteau tridimensionali nell’Inverno 2023-24 e molti altri, il percorso pone l’attenzione sulla ricerca di Yohji Yamamoto di una silhouette universale, in una riflessione continua, rigorosa, del rapporto tra corpo e abito. L’insistenza del designer su un concetto di imperfezione accogliente per ogni forma, la sperimentazione dei volumi e dei tessuti – lavorati o lasciati scivolare, drappeggiati o scultorei – sono i motivi ricorrenti che hanno rivoluzionato il rapporto tra capo e persona, come messaggio universale di una libertà che guarda al futuro, al di sopra del tempo.

Courtesy 10 Corso Como. © Alessandro Saletta – DSL Studio.

Per maggiori informazioni 10corsocomo.com.

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