MANIFESTO

#63

CHANGE OF SPACE

UNVEILING Fotinì Peluso

2024.05.13

Interview by Francesca Fontanesi

Il mare diventa veicolo per spostarsi ma anche di incontri tra persone, di raggiungimenti di mete e di partenze. Fotinì Peluso, classe 1999, diventa protagonista nel ritmo incalzante della Cruise di Chanel per l’Estate 2024, concepita e realizzata sotto al cielo plumbeo della costa francese.

Marseille, May 2nd, 2024.  Chanel’s show has just closed its curtains.

 

 

FF      Chi è Fotinì Peluso e quali sono le sue radici?
FP      Ho 25 anni e sono nata a Roma il primo gennaio del 1999. Sono mezza greca e mezza italiana, queste sono le mie radici e in questo momento abito a Parigi. Mi piacciono molto le lingue, il sole e il mare. Amo molto nuotare. Mi piace viaggiare e, insieme alla passione verso le lingue straniere, amo partecipare a progetti internazionali e che abbiano in sé tantissime culture diverse e troupe miste. Questo è molto divertente.
FF      Sei tra le Six Rising Stars italiane. Chi sono le tue muse? Quali figure hanno plasmato la tua carriera artistica?
FP      Monica Vitti perché oltre a essere un’attrice eccezionale, trovo che avesse una grandissima personalità, carisma. Una donna di grande valore che non è mai rientrata, secondo me, nel meccanismo del successo. Vedendo anche le sue interviste e seguendo il suo percorso, ci si rende conto che il suo amore fosse spassionato per il cinema. Il cinema per fare cinema, non necessariamente per arrivare da qualche parte. Monica Vitti è stata un’animale da palcoscenico con un’abilità e una capacità di variare, di avere approcci diversi, molto versatile e questo penso che sia profondamente raro in un’artista. Le persone che mi hanno plasmato nella mia carriera sono quelle attrici che sempre mi ispirano e che vedo tutt’ora recitare; ma anche la mia famiglia: il contesto in cui sono cresciuta è quello che ha plasmato la persona che io sono ora e anche il mio modo di lavorare e il tipo di persona che voglio essere.

FF      Qual è stato il tuo primo approccio con l’ambiente cinematografico e com’è cambiato questo approccio oggi?
FP      Il mio primo approccio è nato un po’ per gioco. I primi provini, per una serie di coincidenze fortunate, sono arrivati un po’ per caso all’inizio. Dopodiché mi sono resa conto che recitare fosse una qualcosa che mi divertiva moltissimo e che poteva essere un gioco interessante il fatto di cambiare personalità e di dedicarmi a personaggi diversi. È rimasto un gioco per tantissimo tempo. Adesso lo è ancora, ma da un certo punto in poi ho capito che è il lavoro che voglio fare. Voglio vivere di questo, voglio cercare di migliorarmi sempre in questo campo. Si passa da un approccio più di gioco a uno più professionale, un approccio che implica uno studio maggiore e non è più legato a delle conoscenze di base. Ho bisogno di studiare ed è una parte integrante del mio lavoro. Non avendo fatto una vera e propria scuola di cinema o di teatro, sento questo bisogno di dover studiare autonomamente e nutrirmi di questa cultura.
FF      Che tipo di creatività porti dentro e al di fuori della tua vita quando reciti?
FP      La creatività nella vita e quella lavorativa secondo me non possono essere scisse e credo che un errore che ho fatto per molto tempo sia stato quello di pensare in modo molto razionale alla mia vita e poi di lasciarmi andare nel mio lavoro. Invece, mi rendo conto che la creatività è qualcosa che va coltivata ogni giorno, tutto quello che si fa dovrebbe farti uscire dagli schemi, nutrendo il lavoro. Quello che fanno gli attori è un sistema di osservazione del prossimo e di riadattamento nei ruoli e nei film. La nostra creatività passa per il quotidiano e tutte le esperienze che facciamo contribuiscono a sviluppare una creatività sul lavoro. L’augurio che mi faccio è di rimanere sempre curiosa e interessata da cose diverse, di essere malleabile e cambiare ogni giorno.

“Quello che fanno gli attori è un sistema di osservazione del prossimo e di riadattamento nei ruoli e nei film. La nostra creatività passa per il quotidiano e tutte le esperienze che facciamo contribuiscono a sviluppare una creatività sul lavoro”.

– Fotinì Peluso

FF      Quali sono secondo te gli elementi identificativi di Chanel e quali ti rappresentano maggiormente? Cosa ti colpisce di più del lavoro di Virginie?
FP      Tra elementi di Chanel più significativi per me ovviamente c’è il fatto che sia un brand creato da una donna per le donne. Questo è un valore importantissimo. Apprezzo molto come Virginie cerchi di rispettare tantissimo le donne che la circondano e di creare vestiti che le facciano sentire indipendenti, autonome e forti, delle donne che hanno un loro spazio e posto nella società e anche belle, perché no. Anche io mi sento bella quando indosso questi abiti e sento che mi danno un potere e che mi permettono di esprimermi meglio e di uscire dagli schemi. In alcune occasioni Chanel mi permette di vestirmi in modi in cui io non avrei mai osato e, come tutte le arti, anche la moda ci spinge al di là dei limiti. Il concetto dell’affermazione della donna permea tutta la tradizione di Chanel e Virginie è questo che sta portando avanti, rinnovandolo ogni volta. A ogni sfilata vedo quanto il brand si rinnovi e quanto osi, quanto si diverta a mantenere gli stessi valori ma giocando sulle nuance o su altri elementi che subentrano perché viviamo in un mondo che si evolve e trovo che questo brand si adatti al cambiamento e alle donne di oggi. Dietro a ogni donna che si vede in passerella c’è una storia pensata e questo mi commuove, il fatto che ci sia una profonda ispirazione a dei concetti a delle idee che non siano solo mere rappresentazioni ma che ci sia una storia dietro.

FF      Nel 1988 Chanel ha stabilito per la prima volta un forte legame con Marsiglia. Quali emozioni ti ha trasmesso questa città, e in particolare vivere gli spazi di Le Corbusier?
FP      La città di Marsiglia era il perfetto setting per la sfilata e tutto nello show permeava di mare, odori e sapori della costa, dello stare in spiaggia. Tutto richiama l’estate e il mare e Marsiglia è una grande città di mare e quindi di scambio perché il mare diventa veicolo per spostarsi ma anche di incontri tra persone, di raggiungimenti di mete e di partenze. Questi concetti mi parlano molto e li trovo profondamente simbolici e Le Corbusier come spazio, la Cité Radieuse, è Marsiglia: uno dei suoi più grandi simboli che rimanda all’idea di un microcosmo di perfezione e vita in serenità nel rispetto l’uni degli altri. Una città nella città, in sostanza. Un ecosistema a sé che collabora e interloquisce con il sistema circostante ma allo stesso tempo ha una sua propria vita.
FF      Presto uscirà la nuova stagione di Tutto Chiede Salvezza. Raccontaci la serie.
FP      Non posso raccontare nulla della serie, dico solo che prima di realizzarla ero spaventata. La prima stagione è tratta dal libro di Daniele Mencarelli e si basa in generale su quello, ovviamente con rivisitazioni perché riscritta con Francesco Bruni. Da questa seconda stagione non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo quale sarebbe stato il risultato e il concetto di base del libro si era esaurito nella prima. Invece trovo che, nel rispetto dell’idea iniziale, dalla collaborazione tra Daniele Mencarelli e Francesco Bruni sia nata una storia altrettanto appassionante come la prima stagione. In questo caso ci si concentra più sui rapporti interpersonali tra i personaggi, con il disagio mentale come tema pervasivo di tutta la serie. In questo caso si vede come andare avanti, cosa succede dopo, e l’ho trovato estremamente interessante. Mi sono divertita moltissimo a girarla, anche più della prima stagione. Ho amato lo sviluppo del mio personaggio, di come lotta con gli altri e con se stessa per superare un disagio e diventare un’altra persona e si vede una grande distanza tra la Nina della prima stagione e questa della seconda, con le sue fragilità e i suoi alti e bassi. Si nota la crescita di questa ragazza.

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