MANIFESTO

#63

CHANGE OF SPACE

VALENTINA CIUFFI

2024.02.20

Photography PIERCARLO QUECCHIA
Interview CARLO ANTONELLI

Essere Valentina Ciuffi: forgiare insieme comunità e innovazione nel design, nell’architettura e nell’arte – una storia dell’evoluzione di Alcova, dell’impatto di Studio Vedèt e dell’essenza creativa di Milano.

Milan, January 7th, 2024

 

 

VALENTINA CIUFFI IN CONVERSAZIONE CON CARLO ANTONELLI

 

Valentina Ciuffi — età indefinita dovuta alla forma fisica stellare e allo stile perfettamente casual/conscious/groovy — è entrata nel mondo del design con la stessa leggerezza con la quale percorre Milano con la sua bici ma pedalando con i tacchi. Sorridendo. Peccato che nel giro degli anni pandemici, oltretutto, Alcova ovvero la creatura che ha concepito con il mastermind Joseph Grima (curriculum troppo lungo, vedi wikipedia) si sia piazzata al centro della mostruosa settimana del design milanese come l’evento centrale per chi cerca “altro”, utilizzando spazi enormi lasciati deserti e occupandoli per una decina di giorni. 100.000 visitatori ha fatto l’ultima edizione, all’ex Mattatoio della città. Bang. Da qui anche una recente edizione durante Miami Art Basel, in un colorato motel per scappati di casa. Ma Ciuffi mica ha fatto e fa solo questo. Ha fondato da qualche anno lo Studio Vedèt con il quale produce comunicazione di ogni tipo, coltiva giovani designer e cura mostre. Un bordello di roba. Ha appena sfornato una bambina, on top, che fa un casino della madonna. La questione è: come Ciuffi ha inventato Ciuffi?

CA      Riposiamoci un attimo. Riesci a immaginarti tra quarant’anni?

VC      Molto faticosamente. Vagamente inizio a intravedermi. Adesso che sono in coppia un pochino. Invecchiare accanto a un altro è più o meno visualizzabile così. Uno dei miei film-incubo è quello di Haneke, Amour. Questo per dire che alla fine invecchiare — per quanto si possa avere cervello, senso, complicità — it sucks. Però no… Non è una cosa piacevole, non è un pensiero facile.

CA      E prima dell’amore a due, non riuscivi comunque ad avere delle visioni di te in avanti, anche disastrose, o anche semplicemente stilistiche?

VC      Devo dire che era una cosa terrorizzante immaginare i 40 anni quando ne avevo 20. E invece, tutto sommato, poi nel viverli i quaranta sono stati gli anni migliori della mia vita. Per cui sono un po’ consolata da questo. I quarant’anni erano per me l’era in cui tutto doveva essere già successo. Mi immaginavo: vabbè, se muoio a 38 così va pure bene. Avevo anche lì invece un grande amore, quello che è stato il mio primo vero amore. Lui faceva musica sperimentale. E lui sì che è morto a 38 anni, incredibile. Anche quando finì, ci siamo ad un certo punto ritrovati, ci scrivevamo spesso in queste chat su Gmail che andavano una volta, e lui diceva: “Ma sai che io non vedo l’ora di vedermi vecchio con i maglioni macchiati, con gli amici vestiti allo stesso modo…”.

CA      Non pensi che avrai delle protesi molto innovative, dopo i 70? Oggetti dal design strabiliante, ovviamente.

VC      Certo. Quanto agli arti, se ce ne fosse la necessità, cercherei di averne della Madonna. Però ho un po’ capito che l’antidoto per me è proiettare il meno possibile, compreso il futuro spicciolo di pochi mesi. Perché sono molto capace di fantasticare e perdermi. O creare great expectations. Questo panico dei quarant’anni in cui la vita sarebbe finita — e invece no, è stato il contrario — mi ha molto rassicurata.

Giano #3 sculpture,
Giovanni De Francesco & Marta Pierobon.
Giano#18 sculpture,
Giovanni De Francesco & Marta Pierobon.
LI-T II lamp,
Koos Breen.
VA53,
Stefania Ruggiero.
Rotonda lamp,
Adrián Cruz Elements.
LI-T IX lamp,
Koos Breen.

CA      Avevi sempre in testa l’idea di scrivere?

VC      Si, poi ho iniziato a farlo. Mi piace scrivere, mi ha sempre affascinato. È sempre stata la mia cosa. Anche al liceo la mia professoressa di italiano mi amava proprio, anche se le avevo investito la figlia, con una Renault 4. Adesso non guido più perché, insomma, è meglio per tutti.

CA      Però una certa facilità nell’approcciare con le persone ce l’hai sempre avuta, no? Oppure ti facevi forza?

VC      Ho sempre fatto fatica con le persone ciniche e dispotiche. Quindi non sono mai stata capace di fare carriera in situazioni gerarchiche. Non riesco. Per il resto avvicinare con garbo le persone mi viene facile. Sono quella bambina che arriva e si presenta da sola se c’è un gruppo di persone. Vado lì, ci parlo.

CA      Tornando per un ultimo secondo a quell’affollata tesi di laurea che sembra aver portato per esempio ad un progetto come Alcova, in realtà il tuo è un percorso generale di attenzione al tessuto urbano. Leggi anche il tuo lavoro da giornalista e il modo in cui ti sei sempre attivata. Come se i tuoi occhi scrutassero costantemente la città mentre te ne vai in bicicletta, anche con i tacchi. Il terreno (chiamiamo alla vecchia) metropolitano è ancora eccitante per te?

VC      Sì, incredibilmente. Ed è una roba forte. Tanto quanto ci sono altri che si eccitano con altre cose. C’è un’altra figura importante nel mio percorso: Gianni Celati, che ho avuto proprio la fortuna di incontrare e stressare per la mia tesi, anche lui! Però a quel punto mi portò assieme ad altri a girare questo film che con la città non c’entra. Si chiamava (e si chiama) Visioni di case che crollano (en. Vision of crumbling houses), girato attorno al Po, dove poi alla fine sono cresciuta.

CA      Vieni dal Grande Fiume?

VC      Io sono bolognese e da lì puoi iniziare a ripercorrerlo. È il fiume comunque più grande che abbiamo, il più vicino alla letteratura. Si passa comunque attraverso Ghirri, sicuramente a livello di immagine, ma in quel momento a livello di scrittura ero molto amica di Paolo Nori, e facevamo queste serate anche con Ermanno Cavazzoni. Il film di Celati è un film documentario, il narratore è John Berger. Si. Era incredibile, John Berger entrava di colpo in queste case e partiva con dei monologhi straordinari, senza aver studiato niente su come quegli spazi si erano stratificati. Posti dove qualcosa è successo, quindi ci sono tracce su tracce, ma c’è potenzialmente qualcosa che può succedere. Quindi devo dire che in questo — grazie all’incontro anni dopo con Joseph Grima — la vita è poi andata così.

 

Leggi l’intervista completa sul numero di Febbraio, Issue 63.

Origin 00017 vase,
Polcha.
Affin Sp. 001-Sculpture,
Delphine Lejeune, Kurina Sohn & Clara Schweers.
Coffetable blue,
Aleksandr Delev.
Entangled Mirror, transparent,
Clara Schweers.
LI-T V lamp,
Koos Breen.
Giano #15 sculpture,
Giovanni De Francesco & Marta Pierobon.

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