MANIFESTO

#63

CHANGE OF SPACE

Uno, nessuno, centomila

2024.02.09

Testo di Francesca Fontanesi

Cindy Sherman, esploratrice d’identità, è una figura di spicco nel revival contemporaneo della fotografia diretta e teatrale. I suoi lavori esplorano gli effetti pervasivi che le immagini dei mass media hanno sulla proiezione delle tipicità individuali. Esposte all’Hauser & Wirth di New York, le rappresentazioni di Sherman appaiono reminiscenti di un’atmosfera glossata e patinata, ma sono in realtà cariche di ansia, vulnerabilità e desiderio.

Cindy Sherman 
Hauser & Wirth, New York
January 18th, 2024 – March 16th, 2024
 

 

Nata nel 1954 a Glen Ridge, nel New Jersey, Cindy Sherman ha interrogato per più di quarant’anni un’enorme pluralità di temi legati alla rappresentazione e all’identità personale nell’era dei media contemporanei. Emersa alla ribalta alla fine degli anni Settanta nel gruppo della Pictures Generation – insieme ad artisti come Sherrie Levine, Richard Prince e Louise Lawler, Sherman ha rivolto per la prima volta la sua attenzione alla fotografia durante gli studi al Buffalo State College. Nel 1977, poco dopo essersi trasferita a New York, inizia la serie di Untitled Film Stills. Qui Sherman continua a trasformare e ricostruire persone familiari alla psiche collettiva, spesso in modi inquietanti, e verso la metà e la fine degli anni Ottanta, il linguaggio visivo dell’artista comincia a esplorare gli aspetti più grotteschi dell’umanità attraverso la lente dell’orrore e dell’abiezione, come per esempio in Fairy Tales (1985) e Disasters (1986-89). La sua fotografia si allontana dalla ricerca forzata del bello: in queste rappresentazioni, Sherman introduce protesi e manichini volutamente visibili nel proprio lavoro, dettagli riutilizzati più volte in serie come Sex Pictures (1992) per aggiungere strati di artificio alle sue identità femminili costruite. Il contrasto tra apparenza e realtà è trascinato agli estremi, e chiama lo spettatore a svolgere un ruolo attivo nel definire ciò che ha di fronte.

Cindy Sherman, Untitled #629, 2010/2023. © Cindy Sherman.
Courtesy the artist and Hauser & Wirth.
Cindy Sherman, Untitled #659, 2023. © Cindy Sherman.
Courtesy the artist and Hauser & Wirth.
Cindy Sherman, Untitled #654, 2023. © Cindy Sherman.
Courtesy the artist and Hauser & Wirth.
Cindy Sherman, Untitled #650, 2023. © Cindy Sherman.
Courtesy the artist and Hauser & Wirth.

“Quando sto scattando, cerco di arrivare al momento in cui fondamentalmente non mi riconosco più. Spesso è proprio questo il punto.”

– Cindy Sherman

A partire dall’inizio degli anni 2000, Sherman ha utilizzato le tecnologie digitali per manipolare ulteriormente i suoi personaggi: nel progetto Society Portraits (2008), ad esempio, si è avvalsa dell’uso di uno schermo verde per ricreare gli ambienti sontuosi tipicamente frequentati dalle donne dell’alta società. Questi sfondi CGI aggiungono alle donne di Sherman un fascino simile a quello di opere d’arte molto più conosciute a livello universale, truccate e immerse nel loro status sociale, mentre devono affrontare la presa di consapevolezza dell’invecchiamento. Nel 2017, l’artista ha iniziato a condividere i propri ritratti su Instagram modificati grazie alle app e ai filtri per l’alterazione del viso, trasformandosi ancora una volta in una varietà di personaggi caleidoscopici. I post, disorientanti e inquietanti agli occhi del pubblico, sono necessari per sottolineare l’evidenza della natura dissociativa dei social media rispetto alla realtà: Sherman si trasforma principalmente in donne agiate di mezza età al culmine del potere, ma soggette al declino fisico. Nonostante l’abbigliamento faccia per loro da scudo protettivo, sono completamente esposte alla macchina fotografica e a chi le osserva da vicino. Nelle opere più recenti, Sherman ha costruito dei collage tramite l’assemblaggio di foto e immagini che ritraggono parti del proprio viso per costruire personaggi completamente nuovi, utilizzando la manipolazione delle immagini digitali per enfatizzare la malleabilità del sé. Rimuovendo il contesto esterno e rinunciando a qualsiasi mise-en-scène, si concentra unicamente sui dettagli del viso e della testa.

Cindy Sherman, Untitled #646, 2023. © Cindy Sherman. Courtesy the artist and Hauser & Wirth.

“Siamo tutti il prodotto di ciò che vogliamo proiettare nel mondo. Anche le persone che non dedicano tempo, o pensano di non farlo, a prepararsi per il mondo là fuori, credo che alla fine si siano modellate per tutta la vita per essere in un certo modo, per presentare un certo volto al mondo.”

– Cindy Sherman

Proprio in queste opere Sherman combina una serie di tecniche digitali che incorporano fotografie sia in bianco e nero che a colori alternate a metodi più tradizionali di trasformazione, come trucco, parrucche e costumi di scena, così da creare vere e proprie caricature di donne che ridono, urlano, piangono e si atteggiano davanti allo spettatore: anche se tutte le immagini sono composte in realtà dal volto della stessa persona, esse appaiono come normalissimi ritratti; nonostante i loro strati, le opere finali di Sherman danno la vera impressione di soggetti individuali comodamente seduti davanti alla macchina fotografica. Le donne fabbricate da Sherman interrompono lo sguardo voyeuristico del soggetto-oggetto associate alle tradizioni più consolidate del ritratto, e nella doppia veste di fotografa e modella continua a capovolgere la dinamica tipica tra l’opera e l’artista. Tale effetto è amplificato in opere come Untitled #632 (2010/2023) e Untitled #654 (2023), dove Sherman combina sezioni sia in bianco e nero che a colori del viso, evidenziando la presenza della mano dell’artista e disturbando qualsiasi percezione della realtà, mentre ci ricorda le prime opere a colori e in bianco e nero tagliate a mano realizzato negli anni Settanta. Utilizzando questa tecnica di stratificazione, Sherman crea un luogo di molteplicità. La fotografia inizia a essere considerata sempre più vicina alla pittura, ma non solo: attira la nostra attenzione sul fatto che l’identità è un costrutto umano infinitamente complesso e spesso costruito, impossibile da concepire in un’unica forma.

Cindy Sherman, Untitled #640, 2010/2023. © Cindy Sherman. Courtesy the artist and Hauser & Wirth.

Per maggiori informazioni hauserwirth.com.

Libertà creativa

2024.02.28

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CULTURE

ANNIE ERNAUX E LA FOTOGRAFIA

2024.02.28

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We Are Not Going Back

2024.02.27

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2024.02.27

Tulle, velluto, organza e cigaline; gli indizi un viaggio attraverso la rivoluzione sessuale del Ventunesimo Secolo sotto lo sguardo del Couturier che ha inciso un’epoca. La nuova mostra al museo di Yves Saint Laurent, a Parigi, ricostruisce l’iconica innovazione tessile degli anni Sessanta made by Yves e non solo.

COLLECTION

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2024.02.25

La collezione FW24 di Maximilian Davis è un’interpretazione degli anni ’20 attraverso una lente moderna, particolarmente ispiratrice, ha offerto una nuova prospettiva sull’eleganza e la ribellione di quell’epoca.