William Eggleston. The Last Dyes
David Zwirner, New York
From January 15, 2026 until March 7, 2026
Entrare nella mostra The Last Dyes da David Zwirner significa confrontarsi con un pezzo di storia della fotografia a colori. Queste stampe rappresentano infatti le ultime immagini realizzate da William Eggleston con il processo dye-transfer, un metodo analogico ormai scomparso, all’epoca noto per la sua capacità di restituire una saturazione e una profondità di colore impossibili da ottenere con altre tecniche. Kodak lo sviluppò negli anni Quaranta per la fotografia commerciale e di moda, ma Eggleston ne fece un linguaggio artistico negli anni Settanta, trasformando scatti apparentemente ordinari del Sud degli Stati Uniti in fotografie di straordinaria intensità visiva, alle quali è molto difficile rimanere indifferenti. La mostra raccoglie immagini tratte dalle serie Outlands e Chromes, così come da alcuni scatti della sua storica mostra al MoMA del 1976. Sono fotografie che Eggleston ha scelto insieme ai figli come rappresentative della sua ricerca sul colore e sulla luce tra il 1969 e il 1974. La loro forza non sta solo nell’equilibrio cromatico, ma nella capacità di isolare dettagli quotidiani e renderli significativi: un’insegna, un’auto parcheggiata, un uomo seduto sul marciapiede diventano elementi di una composizione rigorosa, quasi pittorica. Immagini che ci permettono di viaggiare in quei luoghi.
“Avevo visto un sacco di film in Technicolor e sognavo di questi incredibili schemi di colore, che elaboravo nella mia mente. E sapevo che avrebbe funzionato.”
Il processo dye-transfer stesso merita attenzione. Eggleston partiva dai suoi negativi Kodachrome, separava le immagini in tre matrici (ciano, magenta e giallo) e le trasferiva su carta ad alta capacità di assorbimento dei colori. Ogni stampa è il risultato di un lavoro manuale complesso, che oggi non è più possibile replicare. Dunque, il fatto che queste siano le ultime stampe realizzate con questo metodo, conferisce alla mostra un valore storico e documentario ancora più rilevante. Non si tratta solo di fotografie, ma di testimonianze di un processo ormai estinto. L’immaginario costruito da Eggleston è profondamente radicato nella cultura visiva americana degli anni Settanta e Ottanta. I cieli del Sud, vasti grigi, occupano ampi spazi nei frame, spesso in contrasto con edifici fatiscenti o segnali pubblicitari ingombranti dai colori saturi. La forza delle sue fotografie non risiede solo nella capacità di mostrarci che, anche nelle ambientazioni più banali e talvolta squallide—come autostazioni di benzina desolate o strade secondarie—c’è bellezza degna di essere osservata e catturata su pellicola; risiede soprattutto nel loro valore documentario. Queste immagini ci restituiscono informazioni sulla cultura e sulla società di un’epoca che altrimenti rischierebbe di scomparire.
Ciò che rende la mostra davvero interessante non è quindi solo l’estetica o il metodo utilizzato, ma il contenuto. Eggleston documenta un tempo e un luogo con una chiarezza nuda e cruda, senza indulgere in retorica o nostalgia. Il suo lavoro oscilla costantemente tra il documentario e il compositivo, tra l’osservazione del quotidiano e la sensibilità artistica. Questo equilibrio emerge chiaramente nelle fotografie di strada, nei paesaggi e negli interni: ogni elemento è scelto con cura e contribuisce sia alla costruzione visiva dell’immagine sia alla narrazione implicita del mondo che rappresenta. Infine, The Last Dyes ha anche un valore simbolico. Segna la chiusura di un capitolo della fotografia a colori analogica e offre una testimonianza diretta di come un artista possa padroneggiare un mezzo tecnico complesso per ottenere risultati espressivi assolutamente inimitabili. Uscendo dalla galleria, non ci si limita a ricordare le immagini: si percepisce il legame tra l’artista e il processo, quasi come se Eggleston fosse un artigiano dello scatto. Realizziamo così quanto sia raro trovare oggi fotografie in cui la tecnica e l’intento creativo siano indissolubilmente legati.
Per maggiori informazioni Davidzwirner.com.