Typologien

2025.04.10

Testo di Cecilia Monteleone

A Fondazione Prada, Typologien esplora come la fotografia tedesca abbia usato ripetizione, osservazione e classificazione per raccontare un secolo di immagini.

Typologien: Photography in 20th-Century Germany

Fondazione Prada, Milan

From April 3rd until July 14th, 2025

Alla Fondazione Prada di Milano, la curatela di Susanne Pfeffer non propone una narrazione lineare, ma un esercizio di lettura paziente e profonda. In mostra fino al 14 luglio, il progetto riunisce oltre 600 opere di 25 artiste e artisti, trasformando l’archivio fotografico in una grammatica visiva di classificazione.

 

L’allestimento – fatto di pareti sospese che segmentano lo spazio – rispecchia la logica interna delle immagini: rigorosa, nitida, ma anche aperta a connessioni impreviste. Come in un cabinet de curiosités scomposto, la mostra accosta figure fondamentali come August Sander e Bernd e Hilla Becher a voci meno note come Margit Emmrich o Ursula Böhmer, creando continuità e contrasti all’interno di una struttura tipologica.

 

Il percorso espositivo segue un principio formale mutuato dalla botanica del XVII e XVIII secolo, quando si tentava di classificare la natura attraverso analogie e distinzioni. Questo stesso metodo—applicato alla fotografia a partire dagli inizi del Novecento—si è affermato in Germania come strumento per osservare, interpretare e restituire il reale in modo apparentemente oggettivo. Come afferma Pfeffer: “Solo l’accostamento permette di scoprire, nel confronto diretto, che cos’è individuale e che cos’è universale, normativo o reale. […] Il confronto tipologico lascia emergere differenze e somiglianze, e coglie le specificità.”

Isa Genzken, Ohr, 1980. Courtesy the artist and Galerie Buchholz © Isa Genzken, by SIAE 2025.
opening image: Thomas Ruff, Portraits, 1988. MUSEUM MMK FÜR MODERNE KUNST, Frankfurt am Main © Thomas Ruff, by SIAE 2025.
Thomas Struth, The Richter Family 1, Cologne 2002. The Consolandi Family, Milan 1996. Courtesy of the artist.
Marianne Wex, Let’s Take Back Our Space: ‘Female’ and ‘Male’ Body Language as a Result of Patriarchal Structures.
Historical Example: Seated Men and Women, 1977/2019.
Arm and Leg Positions, Lying on the Ground, 1977/2018. Courtesy of the artist and Tanya Leighton, Berlin.
Thomas Struth, National Gallery 1, London 1989. Louvre 1, Paris 1989. Courtesy of the artist.
Thomas Struth, Art Institute of Chicago 2, Chicago 1990. Courtesy of the artist.

In mostra, mucche si confrontano con fabbriche, orecchie con impianti stereo, e i volti umani assumono la stessa dignità formale di un serbatoio d’acqua o di una felce. L’effetto è quello di un esercizio concettuale che trasforma l’atto del guardare in una riflessione visiva sul modo in cui costruiamo senso e appartenenza.

 

L’eredità visiva di Karl Blossfeldt—con i suoi atlanti vegetali che fondono rigore scientifico ed estetica proto-modernista—dialoga con i ritratti di August Sander, che Walter Benjamin definì un “atlante di formazione” alla percezione fisiognomica. Bernd e Hilla Becher portano questo approccio al suo grado zero, con sequenze seriali di architetture industriali isolate e frontali. “L’informazione che vogliamo trasmettere,” scrivevano, “si crea solo per mezzo di una sequenza.”

Bernd & Hilla Becher, Hochöfen, 1970-89. © Estate Bernd & Hilla Becher, represented by Max Becher, courtesy of Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd & Hilla Becher Archive, Cologne, 2025.
Candida Höfer, BNF Paris XXIII 1998. © Candida Höfer, Cologne, by SIAE 2025/VG BildKunst, Bonn 2025.
both images: Heinrich Riebesehl Menschen Im Fahrstuhl, 20.11.1969 [People in the Elevator, 20.11.1969] 1969 Kicken Berlin © Heinrich Riebesehl, by SIAE 2025.

Ma se la tipologia sembra sinonimo di oggettività, Pfeffer ne rivela la natura ambigua: “un concetto estremamente problematico e complesso che opera in una condizione paradossale.” La classificazione diventa anche gesto soggettivo, selezione arbitraria, potenzialmente disturbante. In un’epoca dominata dall’istantaneità digitale, dalla moltiplicazione algoritmica delle immagini, fermarsi ad osservare—ripetizione, variazione, struttura—acquista un valore quasi sovversivo.

 

È il caso di Isa Genzken, che in Ohr (Ear) isola un dettaglio fisiognomico—l’orecchio di donne sconosciute per le strade di New York—per riflettere sull’unicità invisibile. O di Candida Höfer e Thomas Ruff, che partendo dall’approccio becheriano, ne disinnescano la rigidità, privilegiando ambienti interni, colori saturi e una bellezza silenziosa.

 

Come osserva Pfeffer: “Quando tutto sembra gridare e diventare sempre più brutale, è fondamentale prendersi una pausa e usare il silenzio per vedere e pensare con più chiarezza.” Typologien è proprio quella pausa: uno spazio visivo e mentale dove l’archivio si fa meditazione, la sequenza diventa struttura, e ogni immagine—anche la più ordinaria—apre una possibilità di significato.

 

 

Per maggiori informazioni fondazioneprada.org.

Andreas Gursky, 99 Cent, 1999. (remastered 2009). Atelier Andreas Gursky, by SIAE 2025.
Andreas Gursky, Paris, Montparnasse, 1993. Atelier Andreas Gursky, by SIAE 2025.

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