C’è una scena, all’inizio de L’Agente Segreto, che dice tutto: un cadavere abbandonato per strada durante il Carnevale, in un’epoca in cui comunicare era difficile e la polizia poteva semplicemente essere stanca. Nessuno scandalo, nessuna reazione. Solo la logica brutale e silenziosa di un Paese sotto dittatura. Kleber Mendonça Filho, il regista pernambucano che ha conquistato Cannes con Bacurau e ridisegnato i confini del cinema brasiliano contemporaneo, torna con il suo lavoro più ambizioso — e probabilmente il più personale.
Ambientato a Recife nel 1977, anno che il regista dichiara essere il primo che riesce davvero a ricordare, L’Agente Segreto segue Marcelo, un esperto di tecnologia sulla quarantina in fuga che arriva in città durante la settimana del Carnevale nella speranza di ricongiungersi con suo figlio. Quello che trova è tutt’altro che un rifugio. Wagner Moura — già star internazionale grazie a Tropa de Elite e Narcos — porta sullo schermo un uomo che non porta armi, che non è un eroe nel senso convenzionale, ma che si ritrova al centro di un sistema che sfugge a qualsiasi controllo. Un agente del caos, più che del potere.
Il film ha impiegato anni per nascere, e si sente. Mendonça Filho ha attinto agli archivi, alla memoria fisica di un’epoca — gli odori, la consistenza del tempo, le cassette magnetiche che sua madre, storica, usava per raccogliere testimonianze orali — e ha trasformato tutto questo in materia cinematografica densa e stratificata. La sceneggiatura gioca con il tempo in modo audace: un flash forward catapulta lo spettatore nel 2025, dove due giovani donne a San Paolo si ritrovano tra le mani un nastro del 1977. Le cassette come macchine del tempo. Gli archivi come atti di resistenza.
“Penso che sia il primo anno che riesco davvero a ricordare. All’improvviso eravamo sempre al cinema. È stato un momento di visione cinematografica intensiva, per ragioni che ho compreso solo anni dopo. I film di quel periodo mi hanno aiutato a costruire una memoria del 1977. Sono passati 50 anni, ma ironicamente — negli ultimi dieci anni — sembra che siamo tornati indietro nel tempo.”
Visivamente, il film è girato in Panavision anamorfico — la stessa scelta di Bacurau — con quella tensione tutta particolare tra un’estetica classica americana e un soggetto profondamente, radicalmente brasiliano. Mendonça Filho cita John Sayles, Robert Altman, Brian De Palma, ma soprattutto Nelson Pereira dos Santos e Hector Babenco, il cui Lúcio Flávio del 1977 — crudo, sporco, brutale — ha rappresentato per lui la prova che un thriller poteva essere autenticamente brasiliano senza voler essere altro.
Il risultato è un’opera che non spunta semplicemente le caselle del film sulla dittatura militare brasiliana (1964-1985), ma ne cattura qualcosa di più sottile e inquietante: la logica. La logica di un sistema in cui la giustizia viene messa in scena, in cui le persone recitano parti che qualcuno ha scritto per loro, in cui il confine tra il teatro dell’assurdo e la realtà si fa sempre più poroso. Un film sul 1977 che parla — con urgenza, con precisione — del presente.
I riconoscimenti internazionali lo confermano: Premio Miglior Regia e Miglior Attore a Cannes 2025, due Golden Globe (Miglior Film in lingua non inglese e Miglior Attore drammatico a Wagner Moura), il Critics’ Choice Award per Miglior Film Straniero, il premio della Los Angeles Film Critics Association. E quattro candidature agli Oscar, tra cui Miglior Film. L’Agente Segreto è distribuito in Italia da Film Club Distribuzione e Minerva Pictures e nelle sale ad inizio 2026.
Per maggiori informazioni Mk2films.com.