Hegurajima, l’isola destinata a scomparire e il mondo silenzioso delle Ama, ultime donne del mare tra memoria, resistenza e sopravvivenza

Hegurajima, l’isola destinata a scomparire e il mondo silenzioso delle Ama, ultime donne del mare tra memoria, resistenza e sopravvivenza

2005.08.07 TRAVEL

Di Luca Gabino

L’isola che non c’è in realtà esiste e ha un nome: Hegurajima. Non c’è perché la comunità che la abita è inevitabilmente destinata a scomparire: una delle ultime colonie di Ama, che letteralmente significa “donne del mare”.

Quando arrivai a Hegurajima, l’isola sembrava quasi deserta; più tardi scoprii che le poche persone che vi vivevano erano tutte fuori a pescare. Mentre vagavo tra il piccolo villaggio di casette di legno, mi fermai sulla spiaggia all’estremità sud del porto e lì vidi, in lontananza, una figura emergere dall’acqua e nuotare verso la riva.

 

Iniziai a correre verso quel punto e raggiunsi una piccola lingua di cemento che si spingeva nel mare, giusto in tempo per vedere un’anziana Ama riemergere e risalire la riva con estrema fatica. La aiutai a trasportare il bottino del giorno — tre grandi abaloni, una dozzina di conchiglie qui in Giappone chiamate Sazae e alcuni ricci di mare — fino al triciclo, che era il suo unico mezzo di trasporto e, di fatto, l’unico presente sull’isola, dove non c’erano automobili né altri veicoli a motore, a eccezione delle barche.

Era incredibile constatare quanto fosse anziana quella donna, che mi raccontò di aver appena trascorso tre ore in immersione alla ricerca di conchiglie. Una figura minuscola, oltre gli ottant’anni, quasi sorda e cieca da un occhio, che a terra riusciva a malapena a camminare appoggiandosi a un piccolo carrello. Sulla terraferma sembrava una vecchia foca trascinata a riva da una tempesta; in mare, invece, conservava ancora la forza e l’agilità per nuotare e immergersi oltre i dieci metri di profondità, alla ricerca di conchiglie e ricci da staccare dal fondale.

 

Dopo un paio di giorni sull’isola scoprii che l’età media delle Ama era attorno ai settant’anni. La più anziana aveva novantaquattro anni: era la stessa che avevo fotografato il primo giorno, credendola poco più che ottantenne. Suo marito era morto trentatré anni prima, ma lei aveva continuato a vivere su quell’isola e a immergersi ogni giorno. Se a terra si muoveva con fatica, in acqua restava sorprendentemente agile.

La fotografai più volte: mentre si immergeva e puliva le conchiglie, oppure mentre strappava le erbacce nel piccolo giardino davanti a casa. Non sentiva quando qualcuno arrivava; anche a meno di un metro di distanza sembrava non vederti, completamente assorbita nelle sue attività. Una donna di una forza interiore ed esteriore straordinaria, superiore a quella di chiunque avessi mai incontrato.

 

La ricorderò sempre mentre si tuffava e scompariva nel mare calmo e azzurro delle prime ore del mattino, cantando una canzone per me sconosciuta, con una voce leggera, dolce e serena.

 

Leggi l’articolo completo su Muse Magazine, Issue 48.