Mai essere puri, afferma l’artista Giulia Cenci, che, nella sua pratica scultorea, recupera resti prelevati della vita quotidiana, scarti dell’attività industriale, per condurre le sue sculture e installazioni a una dimensione surreale, al di là della realtà. Nel gesto di scegliere materiali di scarto, gomma, metallo, alluminio, emerge la sua poetica: ogni elemento impiegato è ritrovato e trasformato in un processo di riciclo e ibridazione che interroga l’essenza delle cose e delle persone.
Le sue opere vivono in una dimensione liminale, dove la distinzione tra umano, animale e artificiale si dissolve, lasciando spazio a nuove possibilità di esistenza. Cenci non costruisce sculture isolate, crea ambienti corali in cui la materia, trovata e mutata, è frammento di una narrazione collettiva dispersa.
La mostra the hallow men, che inaugura Project Space, il nuovo spazio di Palazzo Strozzi dedicato all’arte emergente, a cura di Arturo Galansino, si configura come un paesaggio postumano, una scenografia dell’esaurimento, in cui i confini tra organico e inorganico, umano e nonumano si fondono in un unico piano materico. Il titolo riprende The Hollow Men, poesia di T. S. Eliot del 1925, un testo che si fa eco alla condizione delle figure che popolano l’installazione:
Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini imbalsamati
Appoggiati l’uno all’altro
La testa piena di paglia,
Le nostre voci secche, quando
Sussurriamo insieme
Sono silenziose e prive di significato
(. . .)
Forza paralizzata, gesto senza movimento;
(. . .)
Tra l’idea
e la realtà
Tra il movimento
e l’atto
Cala l’Ombra
Cenci sembra tradurre queste parole in forme tridimensionali sospese tra l’inerzia e la tensione, tra il gesto e il collasso. Nella prima sala, una coclea, macchina industriale utilizzata per sollevare acqua, sospesa tra pavimento e soffitto, si configura come una colonna, un gesto di sospensione, di arresto, attorno al quale si addensa una selva di manichini umanoidi dalla testa canina, uominilupo come li definisce l’artista, i cui corpi esili e curvi, affaticati, sembrano piegati da una forza invisibile, disidratati da una sete simbolica. Tra essi, Cenci introduce la tensione narrativa della relazione: due figure si appoggiano l’un l’altra, quasi un gesto di sostegno reciproco, un frammento di racconto liturgico in forma sculturale.
La seconda sala si distingue dalla prima per densità: se la prima è carica di presenze, la seconda è vuota, rarefatta. Nella penombra, emerge Lady, figura a tre teste che sembra fluttuare nella semioscurità in cui è immersa, in uno spazio di raccoglimento in cui il visitatore è costretto a rallentare.
Proseguendo, una figura china, avvolta in zanzariera d’alluminio cucita a mano, fa da guardiano di un varco inesistente, e testimonia l’impossibilità del passaggio e la tensione verso un altrove negato. A margine, un lungo tavolo espone copie di schizzi, disegni e studi, documenti in cui l’artista ci lascia intravedere il suo metodo, la sua pratica che lavora per mutazioni, che salva e riassembla; non meri aggiunti, ma tracce del suo pensiero.
Il lavoro di Giulia Cenci è un atto di costruzione di mondi: crea habitat selvaggi, ambienti in cui l’organico e l’inorganico, l’umano e il bestiale, l’oggetto e il corpo si confondono, indistinguibili. Le sue sculture abitano ecosistemi in cui perdere di vista i propri riferimenti: un mondo cupo, ombroso di esseri in bilico. L’allestimento diventa parte dell’opera, la completa, la prolunga, la traduce in esperienza condivisa: il pavimento su cui poggiano le presenze in mostra, un tatami nero in gomma riciclata da pneumatici, annulla ogni distinzione e crea un ambiente sospeso in cui tutto è immerso nella stessa materia. Qui il valore, la gerarchia, la distinzione tra ciò che è potente e ciò che è marginale, si dissolvono. Il mondo che Cenci immagina è cupo, ombroso, ma anche radicalmente orizzontale. La sua è una pratica che, pur partendo da una diagnosi lucida di un mondo alienato e precario, invita a immaginare popolazioni altre, ecologie altre.
Per maggiori informazioni palazzostrozzi.org.