Rose Wylie è una pittrice britannica di 91 anni, nata a Hythe, nel Kent, una cittadina che appare immune alla frenesia del quotidiano. Cieli a pecorelle scorrono sopra i frutteti; la Manica muta colore, tra lo smeraldo e l’ardesia. Hythe deriva dall’antico inglese hȳð, approdo, rifugio. Una definizione sorprendentemente precisa. Per più di cinquant’anni, Wylie ha lavorato lì contro la velocità e la precisione, realizzando dipinti che a prima vista sembrano disordinati e diretti, ma che si rivelano poi estremamente attenti.
Wylie è cresciuta nel Kent in quello che lei stessa ha definito un ambiente “altamente convenzionale”. La madre suonava il pianoforte, e il padre era un “ingegnere dell’epoca vittoriana” che lavorò per l’esercito in India prima di rientrare nel Regno Unito. All’interno di quella struttura tradizionale però esisteva una piccola frattura. La madre di Wylie era convinta che le donne dovessero avere “una via di fuga” dal matrimonio: qualcosa di pratico, che consentisse autonomia. Sperava che la figlia diventasse avvocato. Wylie ha poi spiegato, con disarmante sincerità, perché questo non accadde: era, come dice lei stessa, “nata con una memoria fragile”. La pittura, concluse, le sembrò perfetta: “Non devi ricordarti proprio niente.” Wylie ha studiato al Folkestone and Dover College of Art e, molti anni dopo, ha conseguito un master al Royal College of Art. Fin dall’inizio le fu detto, in modo esplicito e reiterato, che le donne non potevano diventare grandi artiste. La scuola d’arte, ricorda Wylie, non era un luogo di ambizione per le donne, ma piuttosto di rifinitura, dove acquisire “un po’ di cultura”, qualcosa di simile a una scuola di buone maniere prima del matrimonio. “Pittura era insegnata da un uomo. Scultura era insegnata da un uomo. L’unica materia insegnata dalle donne era Disegno Tessile,” racconta, “ed era considerata una materia di serie B.” Col senno di poi, quell’aspettativa femminile si rivelò in parte corretta: Wylie si sposò giovane ed ebbe figli. La pittura non scomparve dalla sua vita, ma fu messa da parte, e le sue energie deviarono verso “zuppe, marmellate, vestiti, tende e biglietti di Natale”.
“Non ha a che fare con la psicologia o con la trama. È solo l’eccitazione visiva… Qualcosa mi ferma di colpo e penso che voglio farne un disegno, perché voglio ricordarlo.”
Quando Wylie tornò alla pittura, intorno ai quarant’anni, completò il suo percorso di studi al Royal College of Art e continuò a lavorare per decenni in una relativa invisibilità. Il riconoscimento arrivò tardi—molto tardi—solo verso la fine dei suoi settant’anni, con importanti mostre personali: alla Jerwood Gallery nel 2012, poi alla Tate Britain l’anno successivo e alla Serpentine nel 2017. Non si tratta di un successo tardivo, ma di un’attenzione che le istituzioni hanno impiegato tempo a concederle. The Picture Comes First, la sua prima mostra antologica alla Royal Academy of Arts, riunisce opere iconiche accanto a dipinti nuovi e mai esposti, segnando la più ampia presentazione del suo lavoro fino a oggi. Il titolo è meno uno slogan che un principio operativo. Wylie ha più volte insistito sul fatto che non parte da idee, argomentazioni o posizioni, ma da immagini—figure che si fissano nella mente e non se ne vanno più. Lavora con la memoria, fotogrammi cinematografici, immagini sportive, materiali storici e associazioni personali. “Non ha a che fare con la psicologia o con la trama,” ha spiegato. “È solo l’eccitazione visiva… Qualcosa mi ferma di colpo e penso che voglio farne un disegno, perché voglio ricordarlo.” L’opera di Wylie viene spesso descritta come giocosa, diretta, persino gioiosa, e l’artista non contesta questa lettura. “Lo spettatore pensa che sia divertente, e a me va bene,” dice Wylie. Ma per lei la pittura non è un hobby né una forma di distrazione. “È una fuga, che è una bella cosa,” ha detto, “ma non è divertente. Ne sono ossessionata. Quando inizio, non riesco a smettere.” I dipinti sono rapidi, ma non sono casuali. Accumulano pensieri, concetti. Insistono.
Le sue tele sono grandi e fisiche, e resistono a ogni forma di ordine compositivo. Le figure sono tagliate o troncate; le proporzioni slittano; il testo attraversa la superficie, talvolta esplicativo, talvolta disturbante, talvolta entrambe le cose. La prospettiva vacilla, le gerarchie crollano. Nelle interviste, Wylie ha parlato spesso di un modo di lavorare privo di un piano fisso, lasciando che sia il dipinto stesso a dirle di cosa ha bisogno. Leggere—o guardare— sottosopra o di lato può essere produttivo secondo Wylie. Se Wylie sfugge alle categorie, definirla una pittrice femminista sembra poco pertinente. Non si è mai proposta di correggere la storia dell’arte né di sfidare la dominanza maschile. Dipinge perché è spinta a farlo, perché deve, perché non può fare altrimenti. Il suo lavoro smonta le aspettative, rifiuta la rifinitura, rifiuta la deferenza. Rifiuta l’idea che la serietà debba assumere un tono solenne o che l’ambizione debba essere manifestata.
Una parola su cui Wylie stessa si è soffermata è poignant. Quando uno spettatore descrisse così il suo lavoro, lei andò a cercarne il significato: “profondamente toccante, soprattutto in arte e letteratura”. Ne fu contenta. La poignancy, dopotutto, suggerisce intensità senza sentimentalismo, peso senza gravità eccessiva. I suoi dipinti non sono tristi, ma non sono nemmeno facili. Chiedono allo spettatore di rallentare, di accettare l’incoerenza, di tollerare l’incertezza.
I lavori in The Picture Comes First resistono ad uno sviluppo lineare, proponendo invece la pittura come una modalità di pensiero—pubblica e senza compromessi. Il risultato di Wylie non sta nel dipingere nonostante l’età, ma nel dipingere come qualcuno che ha superato il bisogno di spiegarsi. A 91 anni lavora con l’autorevolezza di chi si fida dello sguardo e si lascia guidare da esso. I dipinti di Wylie ci ricordano che l’arte non deve affrettarsi per essere urgente o rifinirsi per essere seria. A volte l’immagine viene davvero prima di tutto—e a volte questo è sufficiente.
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