Le rivoluzioni intime di Nan Goldin: catturare una generazione tra amicizia, desiderio e verità senza compromessi

Le rivoluzioni intime di Nan Goldin: catturare una generazione tra amicizia, desiderio e verità senza compromessi

2026.01.14 PHOTOGRAPHY

Testo Felicity Carter

Dalle notti underground della New York degli anni ’70 alle sale dei musei di tutto il mondo, Goldin trasforma l’intimità personale in memoria collettiva, raccontando amore, perdita e il vibrante battito di una generazione che rifiuta di essere dimenticata, ora presentata per la prima volta nella sua interezza alla Gagosian.

Nan Goldin. The Ballad of Sexual Dependency
Gagosian, Davies Street, London
From January 13, 2026 until March 21, 2026

 

Nata a Washington, D.C. nel 1953, ha iniziato a fotografare il suo ambiente più immediato fin dall’adolescenza, per poi formarsi alla School of the Museum of Fine Arts di Boston. Questo sguardo ravvicinato è rimasto una costante, così come il suo modo di fotografare. A metà degli anni Settanta, Goldin si è trasferita a New York, entrando in stretto contatto con la scena artistica, vera fucina di creatività, che si sviluppava attorno alla Bowery, al Lower East Side e, in seguito, all’East Village. Da lì, il suo lavoro ha preso forma al di fuori dei tradizionali canoni documentari o accademici, modellandosi invece sulla prossimità, sull’amicizia e su relazioni personali coltivate nel tempo.

 

Fin dagli esordi, la carriera di Goldin è stata profondamente influenzata dai contesti sociali e culturali in cui il suo lavoro ha iniziato a circolare: nightclub e spazi alternativi, dove le fotografie venivano presentate in sequenza e accompagnate dalla musica. Il significato si costruiva in modo collettivo, attraverso il tempo, la successione delle immagini e la ripetizione. In un periodo in cui la fotografia occupava ancora una posizione marginale all’interno delle istituzioni dell’arte contemporanea, il suo lavoro ha trovato spazio inizialmente in luoghi autogestiti dagli artisti e in circuiti indipendenti, prima di approdare nei musei e nelle grandi collezioni internazionali.

“Non scelgo le persone per fotografarle; fotografo direttamente dalla mia vita. Queste immagini nascono dalle relazioni, non dall’osservazione. Sono un invito nel mio mondo, ma ora sono diventate anche il racconto di una generazione perduta.” 

-Nan Goldin

Accanto alla sua pratica fotografica, Goldin ha pubblicato numerosi libri determinanti, che hanno rappresentato le prime forme di diffusione a stampa del suo lavoro. Tra questi figurano The Ballad of Sexual Dependency, The Other Side e I’ll Be Your Mirror. Le sue opere fanno oggi parte di importanti collezioni pubbliche internazionali e sono state al centro di numerose mostre istituzionali. Al cuore della sua carriera si colloca The Ballad of Sexual Dependency, probabilmente il progetto più intimamente legato al suo nome. Pubblicato per la prima volta da Aperture nel 1986, dopo una precedente vita come slideshow, il lavoro riunisce 126 fotografie realizzate tra il 1973 e il 1986, tutte tratte dal mondo sociale più vicino all’artista. Le immagini attraversano interni domestici, bar, camere da letto e spazi condivisi, raccontando amicizie, relazioni sentimentali, dipendenze, violenza e cura: un archivio visivo radicato nell’esperienza vissuta.

 

Presentata a Londra all’inizio del 2026, The Ballad of Sexual Dependency viene esposta per la prima volta nel Regno Unito nella sua interezza, allestita negli spazi della galleria Gagosian di Davies Street. L’esposizione ne conserva l’ampiezza e la sequenza originarie. Se molte immagini di The Ballad sono circolate ampiamente nel tempo, l’opera completa è più raramente presentata come un’unica installazione: la tappa londinese mantiene invece l’ordine integrale delle immagini, restituendo il progetto così come era stato inizialmente concepito e vissuto.

 

Dalla sua pubblicazione, The Ballad of Sexual Dependency ha avuto un’ampia diffusione ed è entrata a far parte delle principali collezioni museali, tra cui quella del Museum of Modern Art. La sua presenza nei contesti istituzionali ne ha sancito il ruolo centrale nella storia della fotografia della fine del Novecento, restando comunque profondamente legata alle condizioni sociali e culturali della New York in cui è nata. Questa vita istituzionale successiva ha permesso all’opera di incontrare generazioni di nuovi spettatori, mantenendo al tempo stesso un legame vivo con la città che ne ha plasmato tanto i contenuti quanto la forma. Goldin ha descritto The Ballad come “Il diario che ho permesso agli altri di leggere.” Riflettendo sul suo metodo, ha affermato: “Non scelgo le persone per fotografarle; fotografo direttamente dalla mia vita. Queste immagini nascono dalle relazioni, non dall’osservazione. Sono un invito nel mio mondo, ma ora sono diventate anche il racconto di una generazione perduta.” Parole che esprimono con chiarezza la posizione unica del suo lavoro, sospeso tra diario personale e documento storico, e la sua radicale rinuncia a qualsiasi distanza fotografica.

Vista nella sua interezza, The Ballad of Sexual Dependency si fonda sulla sequenza, e il senso emerge attraverso la ripetizione e la prossimità, man mano che le relazioni si sviluppano. La scelta di presentare tutte le immagini preserva questa logica interna e riflette le condizioni in cui l’opera è stata mostrata per la prima volta. Pur essendo strettamente legata alla scena downtown di New York negli anni ’70 e ’80, The Ballad non ha mai funzionato unicamente come documento di quel periodo; al contrario, racconta una generazione che ha vissuto libertà, rischi e intimità, per poi essere segnata da perdite diffuse durante la crisi dell’AIDS. A partire da quel momento, l’opera ha influenzato le generazioni successive di fotografi e ha mantenuto una presenza costante nel panorama culturale, offrendo un commento visivo interno sull’intersezione tra autorità dell’autore ed esperienza personale. La sua continua circolazione ne testimonia una rilevanza che va oltre il contesto originario.

 

Il lavoro di Goldin è stato ampiamente citato nelle discussioni sulla fotografia successiva, soprattutto nei contesti in cui l’intimità, l’autobiografia e la prossimità sociale risultano centrali. La sua influenza è spesso ricordata in relazione a fotografi come Wolfgang Tillmans, il cui lavoro si nutre anch’esso di amicizia e vita quotidiana, e Juergen Teller, che ha parlato pubblicamente dell’impatto di Goldin sul suo approccio sia alla fotografia personale sia a quella di moda. Nell’ambito delle immagini di moda, il lavoro iniziale di Corinne Day viene frequentemente discusso in relazione alle fotografie di Goldin, soprattutto per il rifiuto della perfezione formale e per l’uso di ambienti vissuti anziché di set costruiti.

 

La transizione dal libro alla galleria riporta l’opera nel presente. Scala, sequenza e parete diventano elementi spaziali mentre le immagini si incontrano tra loro, e l’atto dello sguardo si trasforma in esperienza prolungata nel tempo. Ciò che prima era privato viene reso pubblico. Osservata in questa forma, l’opera mostra le relazioni così come vengono vissute, senza sintesi né conclusione, continuando a permanere come testimonianza di intimità e di conseguenze.

 

Per maggiori informazioni Gagosian.com.