Specchi scomodi e corpi che mettono in crisi il nostro sguardo. Un percorso tra presenze iperrealiste e superfici riflettenti

Specchi scomodi e corpi che mettono in crisi il nostro sguardo. Un percorso tra presenze iperrealiste e superfici riflettenti

2026.02.19 EXHIBITION

Di Benedetta de Martino

Alla Gagosian di Roma, Mirrored Fiction mette in dialogo Duane Hanson con Andreas Gursky, Jeff Koons e altri protagonisti dell’arte contemporanea, trasformando la finzione nel riflesso più onesto del presente. Un viaggio che incrina la nostra idea di realtà.

Mirrored Fiction

Gagosian, Rome

From February 11, 2026 until April 11, 2026

 

Non sono statue. O almeno, non lo sono nel modo in cui siamo abituati a pensare una statua. Alla Gagosian di Roma, Mirrored Fiction apre con un cortocircuito: un uomo in pantaloncini sporchi regge una spatola, una donna aspetta con lo sguardo perso nel vuoto, un culturista asciuga il sudore con un asciugamano. Non c’è piedistallo a distanziarci dalla scena. Le figure iperrealiste di Duane sono monumenti al prosaico, alla fatica. Corpi qualunque che, una volta trasportati nello spazio neutro della galleria, diventano improvvisamente politici. Hanson li modella in bronzo, li dipinge con estrema precisione, ma ciò che davvero scolpisce è il nostro disagio nello stare lì, accanto a loro. Dove finisce la rappresentazione? E perché ci sentiamo osservati da chi, in teoria, dovrebbe essere oggetto del nostro sguardo?

 

Nello spazio ovale, Window Washer occupa il centro come un asse che crea struttura. Attorno a lui si stratificano altre narrazioni. La fotografia monumentale di Andreas Gursky amplia il campo: dall’individuo alla struttura, dal gesto minimo alla gigante macchina politica. Hanson si concentra sulla pelle, Gursky sull’architettura sociale che la contiene. In mezzo, il visitatore, chiamato a ragionare tra empatia e distanza critica. 

Duane Hanson "Bodybuilder", 1989-90. Photo: Matteo D'Eletto, M3 Studio
Opening Image: Installation view, artworks from left to right: Andreas Gursky "Politik II", 2020, Duane Hanson "Window Washer", 1984

“La mia arte non consiste nell’ingannare le persone. Ciò che mi interessa sono gli atteggiamenti umani—la stanchezza, una certa frustrazione, il senso di rifiuto. Per me, in tutto questo c’è una forma di bellezza.”

– Duane Hanson

Andreas Gursky "Politik II", 2020
Duane Hanson "Old Lady in Folding Chair", 1976
Duane Hanson "Window Washer", 1984

Poi andiamo avanti e proseguendo arriva il riflesso. La celebre superficie specchiante del Donkey di Jeff Koons cattura chi guarda e lo ingloba nell’opera. È un momento quasi narcisistico: ci cerchiamo nel metallo lucido e ci troviamo distorti, brillanti, divertiti dall’immagine di noi stessi su una superficie così stravagante. I muscoli tesi, l’abbronzatura artificiale e l’espressione esausta del Bodybuilder di Hanson, raccontano invece l’altra faccia della costruzione identitaria. Il corpo come progetto, come performance, come merce. Se Koons celebra l’immagine identitaria e il desiderio, Hanson ne mostra la fatica e la fragilità. Le presenze di Felix Gonzalez-Torres, Adam McEwen e Bruce Nauman tra i grandi nomi della mostra amplificano ulteriormente la tensione tra realtà e finzione. Ogni opera sembra suggerire che il “vero” non è un punto fermo, ma un territorio costruito attraverso rituali quotidiani. Il reale non è mai innocente ed istantaneo, al contrario è sempre il risultato di una mediazione.

Il titolo Mirrored Fiction funziona nel momento in cui comprendiamo il brillante gioco di parole: la finzione non è l’opposto della realtà, ma il suo doppio riflesso. Hanson lo dimostra congelando un istante ordinario fino a farlo vibrare di senso; gli altri artisti lo ribadiscono moltiplicando piani, superfici, sistemi di visione. Si esce dalla mostra con la sensazione che qualcosa si sia incrinato, ci chiediamo in cosa stiamo sbagliando. Non tanto nell’arte, quanto nel nostro modo di guardare. Forse il realismo non serve a rassicurarci, ma a destabilizzarci, nell’arte è quasi sempre stato così d’altronde. Forse quei corpi immobili non sono lì per essere contemplati, ma per restituirci un’immagine meno comoda di noi stessi. E in quel riflesso la finzione diventa il modo più onesto di parlare del presente.

 

Per maggiori informazioni Gagosian.com.

Duane Hanson "Bodybuilder", 1989 (detail)