Tra notte e giorno, un uomo si veste: l'arrivo dell’alba diventa rituale nella collezione Men’s Winter 26 di Anthony Vaccarello per Saint Laurent

Tra notte e giorno, un uomo si veste: l'arrivo dell’alba diventa rituale nella collezione Men’s Winter 26 di Anthony Vaccarello per Saint Laurent

2026.01.28 MAIN FASHION

Di Benedetta de Martino

Sul tappeto beige della Bourse de Commerce a Parigi, Anthony Vaccarello trasforma le silhouette affilate in interrogativi sulla mascolinità e lascia emergere la vulnerabilità senza spettacolarizzazione. Ogni capo racconta intimità e il fragile passaggio tra notte e giorno, attraversato dall’eco sottile del romanzo di James Baldwin, Giovanni’s Room. 

Non c’è nulla di eroico in un uomo che esce di casa all’alba. Non conquista, non seduce, non posa. Si riveste. E in quel gesto minimo–una camicia richiusa, una giacca infilata in fretta, una scarpa che tocca il pavimento freddo–Anthony Vaccarello trova la materia più potente della sfilata uomo Fall/Winter 2026 di Saint Laurent. Non l’uomo della notte, ma quello del dopo. Non il desiderio, ma ciò che resta quando il desiderio chiede il conto. La collezione si muove in questo spazio sospeso. Vaccarello costruisce un momento emotivo preciso: quello in cui la vulnerabilità non può più essere negata, solo gestita, è una sensazione amara, ma intensa. Il guardaroba Saint Laurent si fa allora essenziale, ridotto all’osso, come se ogni capo fosse stato scelto per necessità e non per ornamento. Le silhouette sono affilate, lineari, disegnate con pochi tratti decisi, sagome tagliate in modo impeccabile, ma cariche di tensione interna. Qui la mascolinità non è mai affermata, ma costantemente messa in discussione; Vaccarello porta avanti il suo lavoro di analisi e riscoperta del maschile e di cosa questo possa significare. È in questa ricerca che risiede il gesto politico della collezione. Vaccarello non teatralizza l’ambiguità, la normalizza. E nel farlo, restituisce al corpo maschile una complessità emotiva che la moda spesso semplifica o spettacolarizza. È un continuo gioco di rivelazioni e di segreti, leggibile con chiarezza nei look in passerella: capi che sembrano appartenere all’universo dell’intimo emergono e subito si nascondono sotto cappotti lunghi, blazer di pelle, colli in pelliccia e sciarpe avvolgenti. 

“Ero un po’ ossessionato dalla storia, dall’atmosfera, e dall’idea di immaginare un personaggio sospeso tra desiderio e disgusto. Mi piace l’idea di essere in tensione tra qualcosa di molto convenzionale e qualcosa di molto sensuale.”

-Anthony Vaccarello

La sartoria di Vaccarello non perde la sua precisione millimetrica, ma smette di trattenere il fiato. È austera, controllata, quasi rituale, eppure percepiamo una nuova elasticità. Le giacche doppiopetto impostano la figura con spalle marcate e revers profondi, per poi allontanarsi da ogni rigidità stringendo e modellando i fianchi. Non c’è concessione né alla sensualità codificata del femminile né al linguaggio del tailoring maschile tradizionale: la collezione segue un proprio codice. Il passo è lungo e verticale. I pantaloni salgono in vita, cadono dritti, restando morbidi. Intorno a questa architettura, si stratificano elementi che allungano ulteriormente la silhouette: cappotti che sfiorano il pavimento, trench segnati da cinture, superfici lucide di pelle e vinile, ascot di seta stampata che introducono un accento quasi privato, da interno. A contatto con il corpo, tutto si riduce. La maglieria è asciutta, aderente, fatta di dolcevita essenziali e gilet dagli scolli profondi. Poi, improvvisamente, la figura si sbilancia: in alto i colli in pelliccia amplificano i volumi e caricano la presenza, mentre sotto gli overcoat compaiono shorts al ginocchio e stivali inattesi, che donano un tocco queer alla collezione. È lì che la costruzione si incrina volontariamente, interrompendo la solennità con un gesto di contraddizione.

Il nero domina la scena come scelta definitiva. È essenziale e denso. Accanto a lui, si aggiungono delle variazioni cromatiche affini, sature e precise, che aiutano a rafforzare l’idea di un guardaroba coerente, compatto. Gli accessori non rompono il silenzio, lo accompagnano. Le scarpe Oxford lucide e a punta, anche queste affilate, gli stivali alti e aderenti riportano tutto a terra, ricordando che questo uomo, per quanto introspettivo, deve comunque camminare nel mondo. 

 

Il riferimento al romanzo della seconda metà del Novecento Giovanni’s Room (1956) di James Baldwin agisce come una corrente sotterranea. Non viene illustrato, ma assorbito. È il romanzo del desiderio trattenuto, delle stanze chiuse, delle partenze all’alba che fanno più rumore del sentimento consumato di notte. Saint Laurent traduce tutto questo nel rituale del vestirsi: dal disordine all’ordine apparente, dall’intimità alla rappresentazione sociale. Camicie che si chiudono, spalle che si strutturano, smoking che diventano armature emotive. I materiali raccontano storie di usura e memoria. Superfici stropicciate, tessuti trattati, contrasti tra tecnicità e delicatezza costruiscono capi che sembrano già vissuti. Non c’è perfezione patinata: c’è il segno del tempo, di ciò che è stato indossato, amato, abbandonato. L’erotismo non passa mai dall’esibizione, ma dal controllo: un corpo che si lascia intuire, mai concedere del tutto. La sfilata si svolge nello spazio ovale della Bource de Commerce, interamente ricoperto da un tappeto beige che riflette e assorbe. È una stanza della memoria, un luogo in cui ogni capo diventa confessione. Vaccarello racconta così un passaggio: il muoversi di quell’attimo fragile che esiste tra notte e giorno, Saint Laurent trova una verità raramente così nitida.