Abiti viventi

Abiti viventi

2025.10.04 FASHION

Testo MUSE Magazine

Non più abiti da indossare, ma entità da ascoltare e con cui dialogare. La collezione SS26 di Issey Miyake Being Garments, Being Sentient riscrive le regole del vestire, trasformando il capo in un organismo autonomo che riflette, gioca, si sottrae. Un’indagine sul corpo, sulla materia e sull’identità in continua trasformazione.

È difficile parlare di moda quando la moda stessa sembra voler smettere di parlare di sé. Sempre più spesso, gli abiti si fanno testimoni di una velocità che li consuma, inghiottiti da logiche di produzione, immagine e riconoscibilità. In questo panorama, la collezione Spring/Summer 2026 di Issey Miyake rappresenta una deviazione: durante lo show spostiamo l’attenzione, dal corpo che indossa al vestito che esiste, che conquista il suo spazio e che, in qualche modo, vive autonomamente. Presentata al Centre Pompidou, luogo che non è solo architettura, ma pensiero architettonico e flusso, Being Garments, Being Sentient si apre con una domanda che suona quasi come una provocazione ontologica: E se gli abiti fossero esseri senzienti? Non è solo un gioco concettuale. Questa collezione si muove su un confine sottile tra sperimentazione estetica e ipotesi. Miyake non propone più l’atto di vestirsi come semplice operazione funzionale, decorativa o identitaria, categorie che in molti discorsi appiattiscono l’esperienza del vestire, ma lo ripensa come un incontro tra due entità autonome: il corpo e il tessuto. Un dialogo costante, a volte armonico, altre volte divergente, ma mai passivo. In questa collezione l’abito non è più uno strumento, ma un soggetto. Interagisce, si trasforma, impone la propria presenza, al punto tale che, come abbiamo visto nella sfilata, talvolta sfugge al controllo. In un’epoca in cui gran parte della moda si affanna a comunicare, distinguersi, gridare novità effimere, questa proposta si distingue per la sua radicalità. È un gesto coraggioso, quasi controcorrente, che si sottrae alle urgenze del sistema moda per affermare un nuovo pensiero più etico.

Se gli abiti diventassero autonomi.
Se il corpo si trasformasse in un oggetto.
In uno stato liminale dove creazione e vita
si oppongono e allo stesso tempo si intrecciano,
prenderebbe forma un vivido rapporto di alterità.

Questa nuova autonomia dell’abito si traduce in modo tangibile attraverso l’uso di tecniche innovative e materiali manipolati. La costruzione dei capi non segue più una logica gerarchica tra corpo e abito, ma esplora forme aperte, che sembrano svilupparsi organicamente, come organismi a sé stanti. Issey Miyake, da sempre brand noto nell’unire artigianato, scienza e intuizione, porta qui oltre dei nuovi confini la sua ricerca, creando una collezione che più che essere indossata, sembra chiedere di essere ascoltata e riconosciuta. La linea Generic Wear è il primo affondo in questa nuova idea di vita tessile. Le silhouette familiari di felpe e T-shirt sono trasformate da volumi mobili, quasi pulsanti, come se stessero per mutare sotto gli occhi dello spettatore. Il nylon e il cotone non sono più materiali, ma delle seconde superfici epidermiche. Con Arms, la giacca diventa una creatura bizzarra con maniche in posizioni improbabili: come se avesse deciso da sola dove crescere e da dove spuntare. Si indossa in modi diversi, ma non è mai il corpo a guidare: è il capo a suggerire possibilità. Questa sfumatura introduce un ulteriore livello nella concezione del vestirsi: il gioco, l’ironia, la possibilità che l’atto di indossare un abito diventi gesto inaspettato, persino anticonformista. Non più routine quotidiana, ma occasione per sovvertire regole.

A seguire c’è Peu Form³ , frutto di una collaborazione con Camper, che trasla l’idea di calzatura in un vero e proprio vestito-organismo. Sagome destrutturate avvolgono il corpo come una seconda pelle, richiamando forme organiche. È come indossare uno strato di vita che si è evoluto insieme a chi lo porta. Procedendo, uno dei momenti più potenti e memorabili dello show è sicuramente la comparsa di A shopper’s body in passerella, un capo che vuole far riflettere sull’assurdità del desiderio d’acquisto. Con tasche di dimensioni eccessive ed esagerate, cucite in punti strategici, il vestito è un’espansione del corpo, pieno di oggetti, come se il bisogno di possedere si fosse letteralmente inglobato nella pelle e lo portassimo sempre con noi, come un organo. È critica sociale pura. All’estremo opposto arriva poi un gesto iper-minimalista, si tratta di Concealed, che sembra voler scomparire: un tessuto tubolare, semplice, avvolge il corpo, ma in realtà lo espande. Sposta l’attenzione dal corpo singolo al vuoto dal quale è circondato. 

Le suggestioni botaniche della serie Urban Jungle trasformano il plissé, elemento caratteristico della Maison,  in un linguaggio di contrasti: le pieghe ricordano foglie e fronde che si insinuano tra asfalto e architettura urbana. I pattern fotografici, iperrealistici, non si limitano a decorare: amplificano la sensazione di una natura che non solo si adatta, ma conquista spazio. Palindrome, invece, esplora la reversibilità degli abiti come concetto e come forma. Qui, la fodera diventa superficie, i confini tra ciò che è nascosto e ciò che è mostrato si dissolvono. È un gioco di sartoriale che sembra riassumere l’approccio di Miyake: spostare l’ordine, sovvertire e disorientare l’occhio da ciò che è abituato a vedere. La linea Adventitious si spinge ancora oltre: colletti disallineati o scolli ed aperture che sfuggono alla logica. Non è casualità e sovversione e basta, si tratta di una riscrittura approfondita della grammatica del vestire. L’abito diventa uno strumento per immaginare nuove possibilità del corpo, meno rigide, meno vincolate da schemi binari, più aperte al cambiamento e alla sperimentazione. In fondo, non è altro che il riflesso di un movimento più ampio, che oggi attraversa la società.

La collaborazione con il sound artist Tarek Atoui rafforza ulteriormente questa visione, trasformando la collezione in un’esperienza multisensoriale. I suoni generati da materiali grezzi accompagnano i capi ed entrano in risonanza con le texture, come se anche l’acustica potesse diventare parte integrante della materia, dandole ulteriore vita. La Spring/Summer 2026 di Issey Miyake è dunque un invito a rimettere in discussione le gerarchie che regolano il nostro modo di pensare l’abito: chi decide cosa è un vestito? Qual è oggi la sua funzione reale, oltre alla protezione o alla decorazione?