C’è qualcosa di profondamente seducente nell’idea di seguire un personaggio che fa cose terribili con un sorriso disarmante. È questa la promessa che How to Make a Killing fa al suo pubblico sin dai primi fotogrammi: un uomo nel braccio della morte, una storia da raccontare, e la certezza inquietante che, ascoltandola, finiremo per tifare per lui. Scritto e diretto da John Patton Ford — il regista rivelazione di Emily the Criminal — il film è una reimaginazione americana di quella vena di commedia nera british degli anni Quaranta, gonfiata di swagger contemporaneo, ambizioni stilistiche e una crudeltà elegantissima. Becket Redfellow, il protagonista interpretato da Glen Powell, è stato disconosciuto dalla sua facoltosa famiglia prima ancora di nascere. Sua madre Mary, cacciata da casa perché aveva osato amare un uomo sbagliato — un violoncellista, per giunta — lo ha cresciuto in un quartiere operaio del New Jersey insegnandogli a padroneggiare strumenti ad arco, pianoforte e Grandi Speranze di Dickens, facendone un aristocratico mancato con i conti da regolare. Sul letto di morte, l’ultimo desiderio di Mary è tanto semplice quanto devastante: prenditi la tua vendetta. Portati a casa ciò che è tuo.
“Questo film prende generi diversi e li ribalta: dalla commedia romantica al noir, dal dramma familiare al thriller psicologico. È grande, sexy e esilarante — come un incidente al rallentatore nel modo migliore possibile, il tipo di film che esiste in una categoria tutta sua. Un po’ pericoloso, ma molto eccitante.”
Quel che rende il film qualcosa di più di un semplice thriller è la costruzione di un universo morale completamente sfasato, in cui il pubblico viene lentamente complice di ogni omicidio. Becket deve eliminare sei eredi Redfellow prima di poter raggiungere il patriarca Whitelaw — interpretato da un Ed Harris glaciale e monumentale — il vero Moby Dick di questa storia. Lungo la strada incontra una galleria di personaggi straordinari: Taylor, cugino playboy con elicottero personale e sacchi pieni di banconote da cento dollari da lanciare sui propri ospiti; Noah, fotografo di senzatetto convinto di essere un artista; il pastor Steven, evangelista col chitarrino elettrico e la collezione di fedeli defraudati; Cassandra, filantropa seriale con bambini adottati da tutto il mondo e nessuna vera empatia; McArthur, esploratore spaziale con complesso di superiorità cosmico; e infine Warren, l’unico Redfellow con un cuore, l’unico che prende Becket sotto la propria ala. Ogni vittima è un ritratto feroce di come il denaro distorce, consuma, deforma. Ford li ha costruiti come persone vere, non come macchiette — il che rende ogni eliminazione tanto più inquietante, tanto più liberatoria.
A tenere insieme questo universo c’è Glen Powell in quello che si annuncia come il ruolo più complesso e rischiosa della sua carriera. Dopo Top Gun: Maverick, Hit Man e Anyone But You, Powell cercava qualcosa che lo mettesse davvero alla prova — qualcosa di moralmente scomodo, stilisticamente imprendibile. L’ha trovato in Becket Redfellow, un personaggio che uccide per ambizione, non per rabbia, e che non prova mai il minimo senso di colpa. Il film scommette tutto sul carisma naturale di Powell: è così che una storia potenzialmente ripugnante diventa irresistibile. Accanto a lui, Margaret Qualley porta sullo schermo Julia, femme fatale modernissima con guardaroba Chanel e un’agenda tutta sua — un contrappunto letale e divertito alla presenza più luminosa di Jessica Henwick, che interpreta Ruth, l’unica persona non psicotica nell’intero cast. La scelta tra le due donne è, in fondo, la vera domanda morale del film: chi è il vero Becket Redfellow? E quanto in profondità vogliamo conoscerlo davvero?
La produzione firmata Blueprint Pictures — la casa di Graham Broadbent e Peter Czernin, gli stessi di The Banshees of Inisherin — ha avuto l’ambizione di costruire fisicamente i due mondi del film: il New Jersey operaio di Becket e il Long Island dorato dei Redfellow, con una facciata di mansion Mock Tudor che ha richiesto otto settimane di lavoro. Il direttore della fotografia Todd Banhazl ha cercato una luce quasi gotica per i Redfellow, quella di una ricchezza talmente antica da sembrare soprannaturale. I costumi di Jo Katsaras hanno trasformato ogni cambiamento d’abito di Powell — trentacinque in totale, con Brioni a fare da filo conduttore narrativo — in un aggiornamento dello status del personaggio. Il risultato è un film che sa esattamente cosa vuole essere: sofisticato, pericoloso, divertente, e profondamente americano nel modo in cui racconta l’ossessione per ciò che si sente di meritare.
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