Hito Steyerl. The Island
Osservatorio Fondazione Prada, Milan
From December 4, 2025 until October 30, 2026
Se dovessimo stilare una lista di profeti contemporanei, Hito Steyerl rientrerebbe sicuramente nella categoria. Artista tedesca nata nel 1966 a Monaco, Steyerl è una filmmaker, filosofa, insegnante, autrice e, in un certo senso, anche un oracolo. Steyerl legge il presente come se fosse passato e il futuro come se fosse già qui. È una delle menti più lucide nel leggere la tecnologia e i suoi cortocircuiti, forse perché ha capito presto che il digitale non è un’estetica ma un ecosistema complesso–politico, economico, sensoriale.
Dal 4 dicembre 2025 al 30 ottobre 2026 l’artista presenta The Island all’Osservatorio Fondazione Prada. Un progetto site-specific che unisce video, installazioni, scansioni 3D, interviste, canti tradizionali, legni recuperati e cinema. Un arcipelago di immagini che riflette sull’inondazione come diagnosi del presente–immagini che tracimano, realtà che perde coerenza ma guadagna risoluzione.
Steyerl, che nel 2017 ha occupato il primo posto nella ArtReview Power 100, è una delle intellettuali più lungimiranti del XXI secolo. I suoi testi–rapidi, accesi, taglienti–hanno alimentato buona parte del discorso sull’immagine digitale degli ultimi vent’anni. È lei che domanda, con un tempismo disarmante, “L’internet è morto?”; è lei che in Politics of Art (2010) affonda il colpo: “Qual è la funzione dell’arte in un capitalismo catastrofico?”. Ed è sempre lei a ricordarci che “L’arte contemporanea non è una disciplina estranea alla realtà, nascosta in qualche remota torre d’avorio. Al contrario, è pienamente immersa nel cuore del neoliberismo”. Parole che suonano come una sveglia insistente in un’epoca assopita davanti alla luce blu. Steyerl dissolve le nebbie, affila i contorni e ci riporta nel punto esatto in cui realtà e immagine si sovrappongono. A sedici anni fa la stunt nei film, viene espulsa da scuola e poco dopo ammessa all’Academy of Visual Arts di Tokyo dove studia cinematografia e documentario. La biografia di Steyerl è segnata da cambi di rotta che le hanno dato negli anni un’ossatura ampia e solida su cui appoggiare il suo lavoro. Definita spesso “artista post-internet”, Steyerl usa il digitale come un set di strumenti investigativi–software, AI generativa, archivi, codici–e li impiega per illuminare le zone del presente che preferiremmo non guardare troppo da vicino.
In The Island, quella luce si allunga verso una storia che affiora e sprofonda, un tempo elastico che scorre tra realtà e finzione. Tutto nasce da un aneddoto che il critico e teorico Darko Suvin (1930, Croazia) le raccontò anni fa. Durante un bombardamento a Zagabria nel 1941, il giovane Suvin si immaginò dentro Flash Gordon alla conquista di Marte, trovando nella fiction un riparo dall’orrore. Da quell’immagine, Steyerl ricava un principio quasi quantistico: due realtà possono convivere senza annullarsi–quella vissuta e quella immaginata.
Steyerl articola The Island in quattro capitoli–The Artificial Island, Lucciole, The Birth of Science Fiction, Flash!–che intrecciano archeologia, fantascienza, biologia marina, intelligenza artificiale e memoria storica. Il primo capitolo guarda alla scoperta di un’isola neolitica sommersa in Dalmazia, riportata alla luce dalla fotogrammetria; in Lucciole, il plankton bioluminescente diventa ritmo e respiro del pianeta. The Birth of Science Fiction riconsegna a Suvin il suo concetto di “estraniamento cognitivo”, il principio che usa distanza e invenzione per leggere più nitidamente la realtà. Mentre Flash! richiama il cinema come riparo mentale, quel luogo in cui un ragazzo sotto le bombe può concedersi di immaginare Marte.
Il percorso si apre al primo livello, in un ambiente subacqueo dove una sfera proietta la scansione 3D del sito neolitico, una sorta di occhio immerso sotto la superficie. Poco più in là, quattro schermi LED raccolgono le interviste a scienziati, archeologi e linguisti, mentre legni restituiti dal mare sorreggono le poesie di Suvin, riaffiorate come piccole tracce fossili. Al piano superiore lo spazio si ricompone come un cinema: poltrone rosse e un grande schermo. I fili narrativi accennati al piano inferiore convergono qui in un unico film, dove fantascienza, archeologia, la Klapa croata e contenuti generati dall’intelligenza artificiale scorrono nello stesso flusso. E in questo intreccio Steyerl accosta junk time e deep time–il tempo usa e getta del digitale contro il tempo largo e lento delle maree, che avanzano senza curarsi dei nostri refresh.
A volte l’opera di Steyerl sembra scivolare un po’ oltre il nostro campo visivo. Non perché sia oscura, ma perché prova a restituire un mondo complesso che si infittisce. E lei non cerca di metterlo in ordine. Quando le chiedono di cosa parli The Island, si concede un istante, come chi cerca la parola giusta e capisce che nessuna basterà. Poi in un soffio dice: “fisica quantistica, archeologia e fascismo”. E aggiunge: “anche biochimica”. Così, dopo aver attraversato schermi, isole sommerse e principi quantistici, il senso arriva quasi da sé: basta distogliere un momento lo sguardo dallo schermo e tornare al mondo che si muove. Steyerl non vuole illuminarci, vuole semplicemente rimetterci davanti agli occhi quello che già c’è. Nessuna soluzione, nessuna redenzione. E se le isole che affondano sono metafore, allora l’unico appiglio possibile è forse un’estetica abbastanza onesta da non fingere risposte–ma capace, almeno, di farci vedere un po’ meglio.
Per maggiori informazioni Fondazioneprada.org.