Gucci, atto di nascita: Demna trasforma la Maison in un essere umano inquieto, teatrale e profondamente italiano

Gucci, atto di nascita: Demna trasforma la Maison in un essere umano inquieto, teatrale e profondamente italiano

2026.02.28 MUSE FASHION

Di Benedetta de Martino

Dagli archivi fiorentini alla folgorazione davanti a Botticelli, la prima Primavera di Demna Gvasalia è un manifesto emotivo: pelle, luce, archetipi e provocazione per riscrivere Gucci come sentimento vivo, teatrale e contraddittorio.

Ieri, sulla passerella monumentale che sembrava più un tempio che un set, Demna Gvasalia ha presentato la sua prima Primavera: Gucci, nella sua visione è una creatura viva, inquieta, contraddittoria. È un essere umano. Incontriamo così la “guccità” come stato emotivo. Negli ultimi dodici mesi il designer ha studiato e assorbito. Ha attraversato gli archivi fiorentini, esplorato le fabbriche, tastato con mano il marchio. Ma il momento decisivo è avvenuto davanti alla Primavera e alla Nascita di Venere di Sandro Botticelli, custodite alla Galleria degli Uffizi. Davanti a quella bellezza assoluta, rinascimentale e carnale insieme, qualcosa si è chiarito: Gucci è teatralità. È quell’idea tutta italiana di bellezza che convive con l’eccesso e il dramma. Uscito in Piazza della Signoria, con Palazzo Gucci davanti agli occhi, Demna ha capito che la sua missione non era “modernizzare” Gucci, piuttosto era renderlo sentimento. Trasformarlo in un aggettivo. La sfilata di ieri è stata la prima frase di questo processo.

 

Dimenticate la pesantezza concettuale. Qui non c’è teoria, c’è pelle. Un corridoio di luce, il buio tutt’intorno. Con un atteggiamento di sfida, quasi di provocazione, i modelli emergono da quel varco luminoso. Nella storia di Demna per Gucci nessuno chiede il permesso. Tutti indossano capi aderentissimi e interpretano ruoli precisi: hanno una personalità, non sono semplicemente chiamati a vestire degli abiti. L’apertura è un gesto quasi violento: un minidress seamless, candido, come una seconda pelle, portato con l’attitudine di una femme fatale. Un azzeramento visivo. Come dire: ricominciamo dal corpo.

“Per me, Gucci è a tutti gli effetti come una persona: talvolta ancora legata ai codici inconfondibili di un passato glorioso e indimenticabile, talvolta perfettamente consapevole della tradizione ma anche irrequieta, curiosa, affamata di cambiamento, smaniosa di sorprendere e lasciarsi sorprendere, di sfidare ed essere sfidata, di essere rispettata, desiderata.”

– Demna Gvasalia

Non c’è distanza tra il capo e il corpo: quasi mai. È un tutt’uno. La fisicità viene celebrata, esposta, spogliata o rivestita di materiali aderentissimi. Pelle su pelle, tagli, scolli e spacchi, abiti cortissimi. I look sono quasi sempre monocromatici e spaziano dal bianco ottico al nero, dal rosso acceso a tonalità nude che portano un momento di quiete in questo insieme così provocante. Tutto è tirato al limite: scarpe con tacchi altissimi, un abbigliamento audace, quasi “maleducato”. Non basta guardare i capi; bisogna osservare come vengono indossati. Demna continua a lavorare sul personaggio, sui suoi celebri archetipi: un accento fondamentale, impossibile da ignorare se si vuole comprendere davvero la collezione. Questa Primavera non propone un unico tipo di donna o di uomo. È una costellazione. L’office look convive con il bar notturno. La stessa giacca si trasforma, attraversando gonne, leggings-pantalone e pantaloni. È un guardaroba modulare per identità plurali. Le ossessioni di Demna prendono forma in ibridi inattesi: tracksuit che diventano abiti, leggings fusi con il pantalone, top e giacche integrati in un unico pezzo aderentissimo. Dopo una prima sequenza di look costruiti come blocchi di colore, arrivano le stampe floreali su gonne plissettate, che rimandano agli abiti simbolo della femminilità italiana. Le pellicce, iperfemminili e anch’esse ravvicinate al corpo, sottolineano l’atteggiamento di una donna decisa, che va di fretta. Poi c’è spazio per una moda più rassicurante, più morbida, fatta di giacche e cappotti con ampi revers e spalle larghe; giacche oversize e camicie che, aperte, scendono morbide dentro i pantaloni.

Anche la pelle, inizialmente usata per avvolgere il corpo senza aggiungere volume, ora appare in eccesso. Demna si concentra poi su look scintillanti, costruiti con trame preziose, quasi accecanti, che continuano ad affusolare la figura. C’è teatralità, certo. C’è provocazione. Completi preziosi indossati a piedi nudi. Minidress con spacchi vertiginosi. E infine un abito dalla schiena completamente scoperta, sull’eterna Kate Moss, che lascia intravedere un perizoma GG in oro bianco, incastonato di diamanti. Sulle note finali di Tu si’ na cosa grande, cantata dalla voce sensuale di Ornella Vanoni, Demna celebra una femminilità seducente, consapevole della propria forza erotica, che provoca chi la guarda.

 

La scelta dello spazio–monumentale, quasi museale, circondato da statue in marmo–è una dichiarazione di appartenenza culturale. La colonna sonora, un collage di cinque generi distinti ricomposti in un’unica estetica coerente, ha tradotto in suono ciò che la collezione fa in tessuto: unire differenze. Demna ascolta Gucci, ne riconosce la natura contraddittoria, accettando il caos e la grandezza che gli appartengono. E ieri, per la prima volta, Gucci non è sembrato un marchio. È sembrato una persona.