La collezione, firmata da Silvia Venturini Fendi, parla un nuovo linguaggio, più audace: ogni capo è il risultato di una tensione studiata tra rigore e leggerezza, geometria e spontaneità, sartorialità e comfort. Un’eleganza che non ha paura di sovrapporsi, di scomporsi, di lasciare spazio all’imperfezione come cifra estetica. È proprio questo paradosso a tenere insieme la collezione: una stratificazione sottile di riferimenti e codici che sembrano opporsi ma invece si amplificano a vicenda. In ogni capo, in ogni look, nulla è come sembra e tutto ha due facce: le silhouette si sviluppano tra volumi gonfiati da coulisse nascoste e linee rigorose da atelier. Abiti midi e maxi fatti di tessuti tecnici vicino a trasparenze delicate, rivelando strutture sartoriali pensate come veri e propri montaggi visivi. I fiori, elemento ricorrente, sono prima applicati in versione macro e naïf, poi reinterpretati in chiave quasi tecnica attraverso lavorazioni laser: trafori su camicie in organza, dettagli su pellicce leggere, texture scolpite su maglieria. I motivi floreali sbocciano anche come “sunny side flowers” ironici. La tradizione Fendi viene così celebrata con un tocco di nostalgia grafica e contemporaneità. C’è quindi una forte dualità nell’anima dell’intera collezione, pensata per accostare contrasti forti. Silvia Venturini Fendi descrive così il cuore della sfilata:
“Una leggerezza che non è superficialità, ma un equilibrio tra quotidianità e alta artigianalità. Mi affascina l’idea che un gesto semplice possa contenere una complessità silenziosa.”
La stessa logica viene applicata nell’uso degli accessori che amplificano la percezione di questo gioco. Tra le novità più interessanti: la borsa FENDI Collier, che si presenta come un sacchetto arricciato infilato in un manico-gioiello con dettagli FF e la FENDI Hobo, profilata in Selleria arricchita con pompon in pelle. In aggiunta, impossibile non notare elementi di sportswear ripresi accanto alla couture con una disinvoltura che solo l’esperienza sa permettersi. È una fluidità funzionale, che si adatta senza cedere al compromesso. Se vista d’insieme la collezione, si può parlare di grammatica del colore, centrale nella realizzazione dell’intera linea; la palette è infatti pensata come un lessico visivo che attraversa gli abiti: cobalto, turchese, bianco ottico, grigio antracite, giallo acido e vinaccia profondo. Il colore non veste, costruisce. Nessuna sfumatura è casuale: il tutto a comporre un mosaico cromatico dove il color block non è solo accostamento, ma struttura portante del look. I colori svolgono un ruolo strutturale, non semplicemente decorativo.
Gli abiti sfilano in uno spazio trasformato in esperienza: un set multisensoriale, firmato dalla visione congiunta di Marc Newson e Nico Vascellari, trasporta il pubblico in un viaggio immersivo fatto di contrasti apparenti. L’ambiente con superfici cromatiche e luci pulsanti, è attraversato da un paesaggio musicale accattivante: la colonna sonora di Frédéric Sanchez rimescola voci d’archivio e canzoni italiane storiche, da Ornella Vanoni a Patty Pravo, con le registrazioni iconiche di Federico Fellini, Anna Magnani, Alain Delon. Voci interrotte e rumori digitali che creano un ritmo contemporaneo. Ecco come potrebbe risuonare una passeggiata odierna tra le vie di Roma: un senso di nostalgia dei momenti iconici del cinema italiano e un dialogo tra generazioni diverse. Fendi SS26 è una collezione che non cerca l’approvazione del trend di oggi, ma la potenza dell’immagine.