“Nelle mie fotografie cerco di rispondere a questa tensione catturando la grazia e la dignità di queste donne, confrontandomi al contempo con le complesse dinamiche di genere dell’Escaramuza all’interno della più ampia tradizione della charrería.”
Grammatica dell’appartenenza
Testo di Marta Franceschini
Esiste una forza particolare nell’uniformità, e una forza speculare nell’uniforme elaborata, sgargiante, ipertrofica. Il costume non rappresenta identità preesistenti, ma costituisce un dispositivo materiale attraverso cui l’identità viene prodotta e trasmessa. Quando un corpo si veste in formazione con altri corpi, l’abito cessa di essere scelta individuale e diventa grammatica condivisa, comunità che si articola nell’atto stesso del vestirsi insieme.
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Le Escaramuzas affrontano un problema: come costruire continuità dove la continuità si è spezzata, come fabbricare memoria trasmissibile quando la trasmissione generazionale è stata interrotta dalla sopravvivenza migratoria. L’Escaramuza è performance della dualità stereotipica: femminilità elaborata sposata a competenza equestre che richiede forza e coraggio. Lo “spazio diasporico” è pratica materiale: si incarna nei ricami, nella coreografia, nella trasmissione corpo-a-corpo. I costumi citano le Adelitas rivoluzionarie, la moda vittoriana, il folklore turistico. Nessuna citazione è “pura”—in questa impurità risiede la potenza come tecnologia di memoria diasporica. Le cavallerizze producono una tradizione che le generazioni precedenti non hanno potuto trasmettere. Le madri migrate, costrette a negoziare sopravvivenza in contesti ostili, non hanno insegnato alle figlie le danze, i ricami, le cavalcate. Ma le figlie cercano attivamente queste conoscenze. La memoria non viene recuperata ma fabbricata: lieu de mémoire dove la memoria si cristallizza perché la continuità vissuta si è interrotta. Il cavallo diventa tecnologia di memoria. Imparare a cavalcare all’escaramuza significa incorporare gesti che evocano haciendas e rivoluzione, spazi e tempi mai abitati direttamente. Le Escaramuzas abitano anche un’economia visiva complessa: gli abiti elaborati, le performance pubbliche, la circolazione di immagini inseriscono la pratica in circuiti dove il “messicano autentico” è merce. Navigano aspettative multiple performando una Mexicanidad simultaneamente sincera e strategica.
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Ero vagamente a conoscenza dell’escaramuza già da un po’, per via del mio coinvolgimento nel mondo dell’equitazione Western e del fatto che le esibizioni di escaramuza facessero parte del nostro Rodeo locale di Fort Worth. Avevo inoltre realizzato lavori che esploravano in senso ampio l’idea della “cowgirl”, ma non mi ero ancora immersa davvero nel mondo dell’escaramuza quando il Cowgirl Museum di Fort Worth mi ha contattata per creare una serie per una mostra in programma. Direi che il mio primo interesse era il rapporto tra le donne e i cavalli e, naturalmente, l’incredibile bellezza di questa tradizione: gli abiti, l’eleganza, la grazia. Ma, iniziando le mie ricerche, ho scoperto quanto fosse ricca e stratificata la storia della comunità che pratica questo sport negli Stati Uniti. Sono rimasta affascinata dal legame storico con le soldaderas, le donne che combatterono nella Rivoluzione messicana tra il 1910 e il 1920, e da come la loro immagine, mescolata al mito, avesse ispirato la creazione di questa tradizione contemporanea. Man mano che iniziavo a fotografare e a parlare con le escaramuzas che incontravo, le loro storie individuali hanno assunto un ruolo centrale nella mia mente. Questo sport va ben oltre la mera bellezza: riguarda la preservazione culturale, la ricerca di un senso di appartenenza, la famiglia e la tradizione, ma anche le norme di genere e le esperienze legate all’immigrazione. Ho sentito che era un progetto importante da intraprendere proprio per tutte queste sue molteplici sfaccettature.
(Constance Jaeggi)
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