Dove le majorettes sudafricane trasformano costume, rituale e disciplina in potenti espressioni di comunità e identità personale

Dove le majorettes sudafricane trasformano costume, rituale e disciplina in potenti espressioni di comunità e identità personale

2026.02.23 TRAVEL

Photography Alice Mann

Text Marta Franceschini

Il portfolio Travel dedicato alla serie Drummies di Alice Mann ci conduce attraverso le comunità delle province del Western Cape e del Gauteng in Sudafrica, dove uniformi scintillanti e formazioni disciplinate diventano un linguaggio di empowerment e affermazione dell’identità.

Drummies

South Africa, within the Western Cape and Gauteng Provinces

 

Come giovane fotografa sudafricana, per me era fondamentale riuscire a ritrarre le majorettes con cui lavoravo come donne empowerate e dignitose; volevo sfidare gli stereotipi che dipingono le giovani donne come vittime. Questa serie è stata realizzata nel corso di diversi anni. Amo lavorare su tempi prolungati, perché mi permette di trascorrere tempo all’interno delle comunità delle majorettes, conoscere meglio il loro mondo e avvicinarmi ai diversi team e ai singoli individui. Sono rimasta in contatto con molte di loro e con gli allenatori, ed è stato straordinario vederle crescere diventando giovani donne sicure di sé.

 

(Alice Mann)

Siphithemba Mshengu, Curro Thatchfield Primary School Majorettes,
Centurion, Tshwane, 2018.
Konki Mathe and Unatji Mbalula, Hottentots-Holland High School
Majorettes, Goodwood, Cape Town, 2018.
Drummies Boots, Dr Van Der Ross Primary School Majorettes, Belhar,
Cape Town, 2017.
Zoey Harris, Sophiatown Majorettes Club, Sophia-town, Johannesburg, 2018.

“La creazione delle immagini è stata un processo collaborativo. Volevo creare uno spazio in cui le ragazze si sentissero libere di dirmi esattamente ciò che desideravano. Sono performer naturali, e indossando le loro uniformi si sentivano a proprio agio e forti, sostenute dal gruppo e dalle compagne di squadra.”

– Alice Mann

Grammatica dell’appartenenza

Testo di Marta Franceschini

 

[…]

 

Le uniformi delle Drummies sono oggetti impossibili. Luccicanti, citano le bande militari coloniali britanniche mentre rivendicano spazio afrofemminista, promettono mobilità sociale che le strutture post-apartheid negano. Nella cultura mainstream sudafricana, essere “drummie” evoca un tempo che non c’è più. Ma nelle comunità marginalizzate, la pratica mantiene intensità competitiva che contraddice l’idea di folklore residuale. Le fotografie di Mann abitano questa frattura temporale, un entanglement: impossibilità di districare coloniale da post-coloniale, disciplina da emancipazione. I corpi si allineano in formazione mentre il tessuto satinato cattura luce in modi che l’originale coloniale non avrebbe contemplato. È pura aspirazione non ironizzata: quella “buona vita” che Laurent Berlant diagnostica come crudeltà tardo capitalista.

OWETHU SIHLAHLA, SINETHEMBA ZWANE AND WAME MONARE, CURRO THATCHFIELD PRIMARY SCHOOL MAJORETTES, CENTURION, TSHWANE, 2018.

Le ragazze si sottomettono volontariamente a disciplina che potrebbe essere letta come internalizzazione di norme patriarcali e coloniali. Eppure questa disciplina produce competenza, esperienza incarnata di eccellere. Le competizioni tra bande non sono simulacri ma eventi dove si misura precisione, coordinazione, virtuosismo. L’uniformità della formazione non annulla l’individuo ma lo inserisce in un collettivo dove il successo personale è inseparabile dal successo del gruppo. Le Drummies creano uno spazio-tempo dove le condizioni sono già superate, anche se solo per la durata della performance. Agency contro- fattuale: performare mondi alternativi in una quotidianità avversa. Il paradosso è che questa sovranità temporanea si costruisce attraverso l’appropriazione di simboli del potere coloniale che continua a marginalizzarle. Gli abiti richiedono investimento economico difficile per molte famiglie. Le ore di prove sono ore sottratte ad altre attività. Eppure questa economia alternativa—dove il capitale è culturale, sociale, affettivo—offre rendimenti che il mercato post-a- partheid nega. Il tessuto brillante è infrastruttura relazionale materializzata.

 

[…]

TAYTUM NELSON, ANKJE DE KOCK AND DANIKA DE WET, HELDERKRUIN PRIMARY SCHOOL MAJORETTES, ROODEPOORT, JOHANNESBURG, 2019.
KATELYNNE KOELMAN AND EDEN ADOLPH, HELDERKRUIN PRIMARY SCHOOL MAJORETTES, BLUE DOWNS, CAPE TOWN, 2018.

“Mi indicavano cosa fare, decidevano chi doveva essere fotografato con chi, e spesso stava un gruppo di ragazze con me dietro la macchina fotografica a dare istruzioni a quelle davanti. Ho cercato di realizzare immagini che riflettessero il modo in cui si vedevano e come desideravano essere viste.”

– Alice Mann

Non si tratta di appropriazione creativa di flussi globali ma di ibridazione radicale dove le dicotomie locale/globale, autentico/contaminato cessano di avere potere esplicativo. Le fotografie rendono questi gruppi visibili a pubblici che eccedono le comunità originarie. I soggetti sono già in modalità performance, già consapevoli dello sguardo. La fotografia non introduce l’esterno ma lo intensifica. Ma parlare di “appropriazione” è riduttivo. Le soggettività fotografate negoziano i termini della rappresentazione, utilizzano la circolazione delle immagini per rivendicare riconoscimento. L’immagine funziona come il costume. Ogni fotografia che circola rende quella pratica più visibile, capace di attrarre nuove partecipanti, di incorporare nuove genealogie. In un mondo attraversato da fantasie di autenticità che negano la contaminazione costitutiva di ogni pratica culturale, questi corpi—sgargianti, stereotipici, fieri—offrono una diversa grammatica dell’appartenenza. Una grammatica dove tradizione è ciò che si produce attivamente, comunità è pratica rituale, identità è costume che si indossa sapendo che è stato già indossato e che sarà indossato ancora, diversamente e inevitabilmente, da chi verrà dopo.

MPHO MOTHABI AND MIA KUUN, HELDERKRUIN PRIMARY SCHOOL MAJORETTES, ROODEPOORT, JOHANNESBURG, 2019.

Scopri la Travel story completa su Muse Issue 67.