"Grammar of Forms" diventa un giardino mentale dove la couture di Dior si reinventa sotto la mano di Jonathan Anderson

2026.01.27 MUSE FASHION

Di Benedetta de Martino

Jonathan Anderson presenta la sua prima collezione Haute Couture per Dior, rifiutando il romanticismo floreale e trasformando la natura in struttura, volume e tensione. Un dialogo serrato con la storia della Maison che rifiuta la reverenza e immagina un’alta moda mobile, abitabile, in continua espansione.

Il primo passo di Jonathan Anderson nell’alta moda parigina non è un esercizio di stile né una celebrazione nostalgica: è un atto di riscrittura. La couture Dior diventa un territorio da attraversare, nello specifico il giardino—più mentale che botanico—è la mappa scelta per orientarsi; trattato non come motivo ornamentale romantico e classico, ma come principio progettuale. Qui la natura è forma e di conseguenza si costruisce, da qui il titolo della collezione “Grammar of Forms”. Diversamente da quanto ci si poteva aspettare, l’idea di fiore si allontana immediatamente da ogni romanticismo illustrativo. Non c’è stampa, non c’è superficie. La vegetazione prende corpo nei volumi, nei tagli, nelle tensioni dei tessuti. Gli abiti si aprono, si incurvano, si stratificano come se crescessero attorno al corpo, seguendo una logica interna fatta di pesi, contrappesi e pause.

Anderson lavora per sottrazione e precisione, trasformando la fioritura e lo sbocciare dei fiori in architettura sartoriale. Un altro elemento che ha contribuito ad arricchire il mondo del designer per la collezione, è il lavoro antropomorfico della ceramista Magdalene Odundo: proprio come nella lavorazione della ceramica in cui linee sinuose scorrono su forme strutturate, allo stesso modo i capi si adagiano delicatamente sul corpo, esaltandone le curve e sottolineandone i gesti. Ogni capo sembra domandarsi fino a che punto un abito possa espandersi senza perdere controllo. Il riferimento alla casa di Granville in Normandia di Monsieur Dior, con i suoi giardini affacciati sull’oceano, non è una citazione letterale ma una suggestione strutturale che Anderson ha seguito per tutto il processo. È l’idea di un luogo dove ordine e forza naturale convivono, dove il vento modella tanto quanto la mano dell’uomo. La collezione si muove esattamente su questa linea: disciplina estrema e libertà visiva. Ad aprire la sfilata, un video che mette al centro il lavoro invisibile: mani, ago, tempo. Un’introduzione silenziosa e potente, che chiarisce immediatamente il punto di vista di Anderson. Prima del risultato, il processo. Prima dell’immagine, il fare. È una dichiarazione d’intenti che accompagna tutta la collezione, costruita come un dialogo serrato con la storia Dior, ma senza mai indulgere nella reverenza.

 

Le memorie della maison emergono come riflessi, ma mai come citazioni esplicite. Alcune proporzioni ricordano l’impatto emotivo del debutto couture di Raf Simons, quando lo spazio stesso era invaso dai fiori. Altrove affiora invece una teatralità più controllata, lontana ma consapevole dell’eredità di Galliano. La presenza di John Galliano in sala non è infatti solo simbolica: è il segno di un passaggio di testimone non dichiarato, di una conversazione tra epoche che Anderson vuole rendere visibile.

“La couture è un’arte quasi in via di estinzione, un modo di pensare, una mitologia, un fare con le mani… la couture Dior deve continuare a esistere perché custodisce e pratica un sapere che, se non coltivato, rischierebbe di scomparire.”

-Jonathan Anderson

Emblematico il dialogo con il Junon Dress del 1950, che viene smontato e ricomposto in chiave contemporanea. La gonna-petalo si moltiplica, si stratifica, si sovrappone a un pantalone. È proprio in questi gesti radicali che la couture smette di essere fragile, diventa mobile, abitabile. In molte silhouette si avverte una sensibilità orientale: asimmetrie calibrate, drappeggi che non seguono il corpo ma lo circondano, geometrie che creano spazio invece di riempirlo. Uno degli scarti più interessanti è l’ingresso di elementi tipici del prêt-à-porter—come la maglieria—all’interno del vocabolario couture. Non come provocazione, ma come espansione del linguaggio. Anderson sembra chiedersi cosa possa ancora diventare l’alta moda.

 

Gli accessori completano il racconto con decisione. Le borse non sono solo un semplice modo per accompagnare il look: attirano lo sguardo e lo guidano. Dalla pouch con frange fluenti, quasi in movimento perpetuo, fino ai modelli in jacquard di seta, morbidi che si chiudono come cuscini piegati e fissati da uno spillo. Un gesto semplice, ma potentissimo, che riporta tutto al punto di partenza: l’atelier, la mano, l’idea. Anderson non entra nella couture in punta di piedi e il giardino, alla fine, non è che uno spazio vivo, in continua trasformazione.