Dalle morbide ombre dello Yorkshire agli orizzonti infiniti della memoria, David Hockney dipinge il battito invisibile della vita

Dalle morbide ombre dello Yorkshire agli orizzonti infiniti della memoria, David Hockney dipinge il battito invisibile della vita

2026.02.23 MUSE TALKS

Interview Hans Ulrich Obrist

Alla Serpentine North di Londra, dal 12 marzo al 23 agosto 2026, David Hockney apre una finestra sul tempo e ci invita ad attraversarla. A Year in Normandie and Some Other Thoughts about Painting è un respiro lungo un anno, un racconto visivo che scorre come un arazzo contemporaneo tra stagioni, luce e silenzi quotidiani.

Per la prima volta a Londra arriva il monumentale fregio digitale nato in Normandia, realizzato su iPad durante i mesi sospesi del 2020, quando il mondo improvvisamente rallentava. Ispirandosi al ritmo narrativo dell’Arazzo di Bayeux, Hockney trasforma il paesaggio in pensiero, il colore in tempo vissuto. In dialogo con i Kensington Gardens, la mostra segna il debutto dell’artista alla Serpentine.

 

Le conversazioni riportate sono estratti di dialoghi lunghi più di vent’anni tra David Hockney e Hans Ulrich Obrist, un confronto continuo che ha preso forma nel tempo, cambiando ritmo insieme alle loro vite. The Hockney Interviews non è una semplice serie di interviste, ma un viaggio condiviso, costruito attraverso incontri reali, telefonate improvvise, ritorni e deviazioni inattese. Gli studi di Hockney diventano tappe di una mappa personale: Bridlington, sulla costa dello Yorkshire orientale, Londra, Los Angeles, fino alla quiete luminosa della Normandia. Obrist entra per la prima volta nel suo studio di South Kensington, poi viene invitato a nord, a Bridlington; seguono gli incontri californiani e le conversazioni a distanza. Ogni luogo lascia un’impronta. Hockney non appartiene mai a un solo posto: utilizza la geografia come materiale di lavoro, trasformando paesaggi, climi e abitudini in visioni. Pittore per vocazione, Hockney attraversa i linguaggi con curiosità instancabile. Nel momento in cui i due si incontrano, l’artista inizia a interrogarsi sul potenziale della tecnologia come strumento creativo. Accanto alla pittura convivono il cinema, la scrittura, il disegno digitale su iPhone e iPad. A tenere insieme queste conversazioni è la sua straordinaria capacità di muoversi nel tempo: far dialogare passato, presente e futuro nello stesso pensiero, intrecciando ricordi, intuizioni e prospettive che hanno plasmato, giorno dopo giorno, il modo di Hockney di guardare e fare arte.

David Hockney in conversazione con Hans Ulrich Obrist

 

Agosto 2008.

Studio di David Hockney, Yorkshire, Inghilterra

 

Cominciamo da questi nuovi dipinti che vediamo qui, nel tuo studio.

David  Alcuni sono destinati a una mostra in Germania, ma questo spazio raccoglie soprattutto lavori realizzati negli ultimi tre anni, un periodo che ho trascorso in gran parte qui, nell’East Yorkshire. Ho iniziato a dipingere paesaggi perché desideravo restituire la tridimensionalità del mondo. Questo luogo è perfetto: lo conosco intimamente, da adolescente lavoravo nelle fattorie della zona mentre frequentavo la scuola. Qui le persone ti lasciano tranquillo e puoi dedicarti davvero all’atto del guardare. Il paesaggio è morbido, leggermente ondulato, segnato da colline di gesso, ed è attraversato da un grande silenzio. Essendo un’area agricola, la superficie della terra muta colore di continuo, a differenza dei paesaggi più pastorali. E poi, affacciandoci sulla costa orientale, la luce crea ombre straordinarie: molti di questi disegni nascono all’alba o verso sera, quando il sole è basso e il mondo sembra rivelarsi con maggiore chiarezza.

 

Quindi stamattina hai già disegnato?

David  No, non questa mattina, perché il cielo era un po’ coperto. Ma spesso usciamo a disegnare alle sei, all’alba, per cogliere la luce. È un gesto bellissimo: noi siamo creature tridimensionali e viviamo in un mondo tridimensionale, a differenza del cyberspazio, che non lo è. Ho sempre pensato che la macchina fotografica faccia fatica a restituire il paesaggio, perché in realtà non vede lo spazio, vede le superfici. Gli esseri umani, invece, percepiscono lo spazio, e paesaggi come il Grand Canyon sono sempre stati per me una vera e propria vertigine spaziale.

HOCKNEY IN HIS LOS ANGELES STUDIO, 2016. OPENING IMAGE: "A YEAR IN NORMANDIE" (DETAIL), 2020 -2021

“Noi siamo creature tridimensionali e viviamo in un mondo tridimensionale, a differenza del cyberspazio, che non lo è. Ho sempre pensato che la macchina fotografica faccia fatica a restituire il paesaggio, perché in realtà non vede lo spazio, vede le superfici.”

– David Hockney

"Jack Ransome Resting on an Orange and White Checkered Tablecloth", 2025
Hockney painting "Hawthorn Blossom on the B1253", 31 May, 2008
"Hawthorn Blossom near Rudston", 2008

Si può dire che l’idea di dipingere lo Yorkshire è arrivata subito dopo aver completato i dipinti del Grand Canyon, alla fine degli anni Novanta? Mi chiedevo se ci fosse un legame, dato che si tratta in entrambi i casi di spazi vasti e apparentemente vuoti.

David  C’è un legame, sì, ma credo faccia parte di una connessione molto più ampia che attraversa tutto il mio lavoro. Tutto ha iniziato a chiarirsi quando fui invitato, intorno al 1989, al lancio di Adobe Photoshop nella Silicon Valley. Durante la dimostrazione capii che si trattava di disegno, di vero disegno, e che sotto i miei occhi si stava annunciando la fine della fotografia chimica—anche se solo di recente la Kodak ha smesso di produrre il fissaggio basato sulla formula messa a punto da Sir John Herschel (1792–1871) nel 1839.

 

In pratica stai correggendo la storia dell’arte, qualcosa che inevitabilmente susciterà reazioni.

David   Beh, credo che la storia dell’arte abbia ignorato un aspetto dell’arte che oggi è diventato profondamente significativo. Ho capito che la proiezione ottica della natura, che è fondamentalmente ciò che fa una fotografia, è molto, molto più antica dell’invenzione chimica. Il 1839 segna solo il momento in cui è stata realizzata l’invenzione chimica, il fissaggio dell’immagine. Ma l’immagine era stata osservata molto, molto tempo prima. E quando la produci tu stesso, ti rendi conto che somiglia a un dipinto. La gente doveva averle viste, eppure ti accorgi che nessuno ne ha mai parlato. Il potere della Chiesa, che un tempo era enorme e controllava gran parte della vita sociale, si esprimeva quando esistevano solo specchi e lenti per creare immagini. Storicamente, si vede iniziare il suo declino quando le macchine fotografiche cominciano a essere prodotte in serie dopo il 1839. E man mano che il suo potere diminuisce lentamente, il continuum passa dagli specchi e dalle lenti nelle mani di quello che oggi chiamiamo i media, che da allora hanno mantenuto quel controllo. Ma ora tutto sta per cambiare in modo completamente nuovo, e francamente non sappiamo quali saranno le conseguenze. Ciò che sta accadendo è che vengono prodotte sempre più macchine fotografiche; oggi sono in ogni telefono, quindi non solo posso scattare una foto, ma posso anche condividerla con moltissime persone. In passato, l’immagine veniva veicolata da un piccolo gruppo, ai media, alle masse, mentre oggi quel gruppo si è diffuso a tutti.

 

[..]

 

Domenica 11 marzo 2018.

Studio di David Hockney, Los Angeles, Stati Uniti

 

David, quando hai iniziato questi dipinti? Non c’erano l’ultima volta che sono venuto.

David  Tra ottobre e novembre.

 

E come li realizzi? Ti basi su fotografie?

David  Probabilmente su circa 3.000 fotografie.

 

Quindi è una combinazione, una sintesi?

David  Beh, se fosse una sola fotografia, grande così, risulterebbe molto, molto piatta.

 

E invece è l’opposto della piattezza. È multidimensionale.

David  Sì, sto scoprendo molte cose sulla prospettiva. Per esempio, le fotografie di Andreas Gursky non possono essere lette da lontano, come questa qui. Perché? Perché usano la prospettiva ordinaria, e quella si percepisce solo da vicino. Non funziona da lontano. In questi lavori, invece, più ti allontani, più diventano tridimensionali.

Parliamo del tuo dipinto Focus Moving. Come definiresti il “fuoco mobile”? Viene dall’arte cinese, ma qual è la definizione precisa?

David  Ti manderò l’articolo di George Rowley. È in un libro chiamato History of Chinese Painting. Il capitolo sul fuoco mobile è meraviglioso, perché ti accompagna in un vero e proprio viaggio lungo un rotolo. La forma rettangolare, credo, sia una finestra di (Leon Battista) Alberti (1404–72), ma la mia nuova forma non è una finestra: è un esagono. Non puoi tagliare gli angoli in un’immagine, altrimenti ne crei due di più. E penso che sia una forma splendida, che farà scalpore a New York.

 

[…]

 

Lunedì 27 luglio 2020.

Videochiamata tra Obrist a Londra e Hockney nel suo studio in Normandia, Francia

 

Ho sentito che stai facendo altri disegni su iPad.

David  Sì, ho realizzato 110 immagini della primavera.

 

Sì, me lo ha detto la nostra amica Erica Bolton. E hai anche fatto un grande nuovo dipinto?

David  Sì, inizierò a dipingere tra una settimana, ma l’iPad è sempre a portata di mano e non c’è bisogno di pulire nulla. Ho osservato tutti i cambiamenti della primavera nel mio giardino. Non devo neanche uscire di casa. È stato fantastico. E l’iPad è stato l’unico mezzo con cui potevo realizzare 110 opere; non avrei mai potuto fare 110 dipinti veri.

 

Venerdì 10 maggio 2024.

Studio di David Hockney, Londra, Inghilterra

 

Quindi diresti che i lavori di quando avevi 16 anni siano l’inizio?

David  Sì, sono i primi che ci sono lì. Avevo 16 anni, e c’è un autoritratto, un collage fatto su un giornale. L’unico giornale che riuscivo a trovare con solo testo, era The Times.

"ABSTRACTION RESTING ON A RED AND WHITE CHECKERED TABLECLOTH", 2025
"A Year in Normandie" 2020-2021 (detail)

E quindi in che anno sarebbe stato?

David  1953, avevo 16 anni. Nel 1960 avevo 23 anni, quindi ricordo molto bene gli anni Sessanta. E quello che pensavo allora era che sarebbero durati per sempre, così come erano. Beh, non è andata proprio così. Ma sono davvero felice di aver vissuto in quegli anni, perché si poteva fumare nella metropolitana, sugli autobus, sui treni, nei ristoranti. E ora è tutto andato all’aria. Non vogliamo che nessuno fumi da nessuna parte.

 

Quindi il lavoro che hai fatto prima dei 16 anni non esiste, si parte dai primi lavori che hai conservato, giusto? David  Sì, dal 1953.

 

E cosa dipingevi a 16 anni? Autoritratti?

David  Ho fatto un autoritratto, un dipinto di una lavanderia. Persone in stanze, con un piccolo riscaldatore a gas rotto, proprio come loro. Li vedevi così. Dipingevo semplicemente tutto quello che avevo intorno.

 

Avevi libri d’arte a 16 anni?

David  In biblioteca c’erano dei libri. Quei libri Skira, i primi sull’Impressionismo e simili. Dovevi lavarti le mani prima di poterli toccare. Poi, come premio dello Sketch Club, mi regalarono un libro–costava tre scellini e sei pence—su Piero della Francesca (c. 1415–92). Sono sicuro che ce l’ho ancora da qualche parte.

 

Disegnavi all’aperto, en plein air?

David  A volte sì, a volte stavo alla finestra di sotto, guardando verso est, dove sorge la luna. Ho fatto il primo disegno perché mi sono svegliato per andare in bagno. Mi sono alzato e ho acceso la luce. E poi ho visto quella luna attraverso la finestra. Così ho spento la luce e mi sono seduto a guardarla per un bel po’. Poi sono tornato a letto. E ho pensato: “Oh, dovrei disegnarla adesso.”

 

Leggi l’intervista completa sul numero di febbraio, Issue 67.