Non c’è niente di più violento della bellezza quando pretende di essere perfetta. È questo il pensiero che ci attraversa guardando alcuni primi assaggi di Coutures, il nuovo film di Alice Winocour. La moda qui è un campo di battaglia. E la malattia non è una condanna melodrammatica, bensì un detonatore. Tutto esplode sotto la superficie levigata della Fashion Week parigina, dove il corpo femminile viene esibito, corretto, celebrato—e, allo stesso tempo, consumato. Al centro c’è Maxine, regista americana di successo, che mentre Parigi corre verso la prossima collezione riceve una diagnosi che la costringe a fermarsi. A interpretarla è Angelina Jolie in una delle prove più spoglie e controllate della sua carriera. Una donna che all’improvviso sente il proprio corpo diventare terreno instabile. E Winocour è lucidissima nel raccontare quel paradosso feroce: quando la vita è minacciata, ogni dettaglio diventa più vivido. I rumori, i volti, persino le luci artificiali delle passerelle sembrano pulsare.
La vera intuizione del film, però, è non lasciare Maxine sola. Accanto a lei si muove Ada, giovane modella sud-sudanese arrivata in Europa per sostenere la famiglia. Il suo sguardo è quello di chi, solo, non appartiene ancora a nulla. Anyier Anei—anche lei con una biografia che dialoga intimamente con quella del personaggio—porta in scena una fragilità concreta, mai estetizzata. Ada è una ragazza che impara a camminare sui tacchi mentre cerca di non perdere sé stessa. Il film la segue negli spazi sospesi tra una sfilata e l’altra. I luoghi in cui la moda smette di essere spettacolo e diventa lavoro, attesa, solitudine.
“Ciò che trovo più bello nel film è il modo in cui mostra come si affrontano le difficoltà. Ogni spettatore può riconoscersi in questo. Nella vita c’è sempre un momento in cui si dubita della propria capacità di superare un ostacolo: si può crollare oppure andare avanti. In molti sensi, quindi, questo film parla della vita. Non è una storia sulla fine, ma un racconto profondamente umano sul coraggio di continuare a vivere pienamente, nonostante tutto.”
Poi c’è Angèle, la truccatrice interpretata da Ella Rumpf. È lei il collante emotivo. Trucca i volti, copre le occhiaie, leviga imperfezioni. Sogna un’altra vita, forse un altro linguaggio. La sua voce, che progressivamente si impone come narrante, è quella di chi ha capito che l’identità non è una maschera fissa, ma un processo continuo di riscrittura. Il titolo Coutures è una dichiarazione poetica. Le cuciture sono quelle degli abiti, certo—e il film ha potuto attraversare davvero gli atelier di Chanel, tra scale monumentali e mani sapienti che lavorano il tessuto—ma sono soprattutto le suture dei corpi e delle storie. Un chirurgo che traccia linee sul petto di una paziente non è così distante da una sarta che disegna un orlo. In entrambi i casi si interviene sulla materia viva, un’associazione così forte da racchiudere allo stesso tempo tanti messaggi. In entrambi i casi si tenta di dare forma al tempo. Winocour insiste su questa tensione tra controllo e perdita. La moda corre contro l’obsolescenza: una stagione cancella l’altra. La malattia, invece, impone un conto alla rovescia che non si può ignorare. Maxine capisce che la sua esistenza “tiene a un filo”, proprio mentre intorno a lei tutto parla di apparenza e leggerezza. È uno scontro brutale e bellissimo.
In una storia già così tanto travolgente, arriva l’amore. Il personaggio interpretato da Louis Garrel è un uomo che osserva senza invadere, che desidera senza pietà. La scelta di raccontare il desiderio dentro la malattia è forse l’atto più coraggioso del film. Perché il cinema, troppo spesso, quando incontra il cancro sceglie la strada del sacrificio e della tristezza edificante. Qui invece il corpo resta vivo, erotico, reclamato. Quello che maggiormente colpisce è la forma di solidarietà che nasce tra le tre donne della storia. Tutte, a modo loro, stanno cercando di riprendersi il controllo del proprio corpo. La modella che lo offre al mercato, la regista che rischia di perderne una parte, la truccatrice che lo modifica; età diverse, battaglie diverse, ma una stessa urgenza: sopravvivere senza smettere di scegliere.
“Dopo aver visto Coutures, ho trovato molto piacevole entrare nella mente di queste tre donne, Maxine, Ada e Angèle, e ancor di più se aggiungiamo Alice, diventano quattro. Sì, mi è piaciuto immergermi nel loro universo e nei loro pensieri.”
La tempesta finale, quasi apocalittica, non suona come una chiusura, ma come un atto di metamorfosi. Distruggere per poter riscrivere. Scucire per poi ricucire meglio. Coutures non è un film sulla fine. È un film sulla resistenza. Sulla possibilità di sentirsi, paradossalmente, più vivi quando tutto vacilla. Alice Winocour smuove il tessuto, mostra i punti, lascia intravedere la cicatrice. E racconta come nella fragilità esposta, abita la forza.
Per maggiori informazioni Pathefilms.com.