Dana Lixenberg. American Images
MEP, Paris
From February 11, 2026 until May 24, 2026
C’è un modo di guardare l’America che non ha nulla a che fare con le bandiere sventolate o con le luci al neon. È lo sguardo di Dana Lixenberg, oggi protagonista alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi con American Images, la più ampia retrospettiva mai dedicata all’artista olandese. Il consiglio spassionato che la fotografa regala al suo pubblico è quello di, una volta entrati alla mostra, abbandonare l’idea stereotipata del sogno americano e attraversare invece una geografia umana fatta di volti, posture, silenzi. Lixenberg, nata ad Amsterdam nel 1964 e divisa da anni tra l’Europa e gli Stati Uniti, osserva il suo Paese d’adozione con la lucidità di chi non vi è cresciuto dentro. Non c’è fascinazione ingenua né distanza cinica e rancorosa: c’è piuttosto una tensione morale, un desiderio ostinato di capire.
Arrivata a New York alla fine degli anni Ottanta, Lixenberg ha costruito nel tempo un linguaggio fotografico che si potrebbe definire anti-spettacolare. Ogni scatto è il risultato di una negoziazione silenziosa, di quella che lei stessa descrive come una “danza lenta” con il soggetto. E questa lentezza la vediamo nei suoi ritratti. Si sente. Il percorso espositivo attraversa oltre trent’anni di lavoro: dagli incarichi editoriali degli anni Novanta ai progetti più personali e radicali. Celebrità e sconosciuti convivono senza gerarchie. I ritratti iconici di Tupac Shakur e The Notorious B.I.G. sono trattati come incontri umani, spogliati dall’aura mitologica che li ha trasformati in simboli. Di fronte all’obiettivo di Lixenberg, anche l’icona torna persona: vulnerabile, pensierosa, in carne ed ossa.
“Cerco semplicemente di trattare le persone con cura e affetto… È uno scambio magico.”
E poi c’è Imperial Courts, forse il cuore pulsante della mostra: il progetto a lungo termine realizzato nel complesso di edilizia popolare di Watts, a Los Angeles. Qui la fotografa ha seguito per anni la vita di una comunità marginalizzata, tornando più volte sugli stessi volti, registrando il passare del tempo, le trasformazioni, le ferite e le resistenze. Ciò che cattura e colpisce la sensibilità è la coerenza dello sguardo. Che si tratti di una star della musica o di un abitante di un quartiere dimenticato, la fotografa applica lo stesso rigore, la stessa attenzione alla postura, all’inclinazione di una testa, alla tensione di una mano. Lo sfondo si riduce e ogni distrazione scompare. Resta dunque la presenza del soggetto, il famoso qui ed ora. È come se Lixenberg volesse sottrarre i suoi soggetti al rumore del mondo per restituirli a una dimensione essenziale, su un palcoscenico di un teatro vuoto, sommerso dal silenzio.
In questo senso, American Images è anche una contro-narrazione dell’America mediatica. Non c’è compiacimento nella marginalità, né celebrazione superficiale del successo. C’è piuttosto un’idea di dignità che attraversa ogni fotografia, che Dana riesce a restituire grazie alla selezione quasi democratica dei suoi soggetti. Lixenberg sembra dirci che lo status sociale è un dettaglio secondario rispetto alla complessità dell’essere umano. E questa posizione, oggi, è sovversiva. Forse è proprio questa la forza di American Images: ricordarci che la fotografia, quando è davvero tale, non è mai un atto di cattura, ma un atto di responsabilità; e che l’America, al di là del mito, è fatta prima di tutto di persone.
“Rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile è l’essenza stessa della fotografia.”
– Dana Lixenberg
Per maggiori informazioni Mep.org.